Tre città per tre dischi. Berlino, Reykjavic e Londra. Può sembrare ambizioso e forse lo è, ma se avessi mai deciso di fare un mio progetto lo avrei fatto in una maniera speciale andando a respirare i luoghi che hanno formato il mio immaginario musicale negli anni della mia adolescenza.

A Berlino ha visto la luce il primo disco “7”, 7 brani scritti in 7 giorni nel quartiere di Neukölln e non poteva essere altrimenti dato che “Neukölln” è la mia traccia preferita di “Heroes” e “Heroes” è uno dei miei dischi preferiti di sempre insieme a “Low” e “Lodger” della trilogia monumentale Bowie/Eno“7” per quello che mi riguarda è stato un piccolo miracolo, non mi aspettavo nulla di tutto ciò che è accaduto. In un progetto strumentale senza parole in cui un pianoforte minimalista incontra un certo mondo elettronico che viene dal nord, nell’epoca delle playlist e dei social in cui se non arriva l’hook giusto in 10 secondi, la cosa più buona che può capitarti è che il brano venga skippato e dimenticato in un secondo, senza essere minimamente recepito e percepito. E invece è stato un anno incredibile ma questo non è oggetto di questo video diario. Torniamo alla seconda tappa del viaggio.

Islanda

Non potevamo non portare almeno 3 telecamere per raccontare questo viaggio incredibile sull’isola che ho sempre idealizzato e sognato ascoltando dischi come Untitled  dei Sigur Ros e Living Room Songs di Olafur Arnalds costruendo nella mia mente la malinconia straziante degli interni silenziosi delle case islandesi nelle giornate corte d’inverno e di quegli spazi infiniti tra ghiaccio, terra nera e mare. Questo piccolo documentario racconta in parte quello che abbiamo vissuto in quelle giornate. Sottolineo che lo fa in parte perché non c’è bellezza come l’Islanda che si faccia catturare da un obiettivo o da una telecamera.

Ogni volta che mi trovavo di fronte a uno spazio infinito, a uno scorcio, a qualsiasi cosa e il cuore diceva “portatelo a casa in qualche modo non puoi lasciarlo qui” aprivo la macchina fotografica o l’iphone e appena scattata la foto rimaneva solo un ritratto scarno e senza dimensioni. La bellezza è solo per gli occhi e non per gli iPhone. “Almeno –  ho pensato – proverò a raccontare in suono questa esperienza”. La sfida sarà quella, e questa è stata.

L’Islanda ha portato in me una rivoluzione nella concezione musicale proprio per i due artisti che ho citato prima, i Sigur Ros e Olafur Arnalds. Era qualcosa di profondamente diverso dal mondo creativo dal quale provenivo, dall’iperuranio del pop blindato da regole strutture e forme rigide pronte per essere fagocitate dal sistema radio. Lo shoegaze e la neoclassica esistono da un po’ e ne ero al corrente ma rimanerci intrappolati emotivamente e innamorarsene alla follia è un altro discorso. L’Islanda è la culla di tutto questo, è stata la nascita di un mio nuovo modo creativo di concepire la musica nella “mia” contemporaneità e non a caso ho deciso di intitolare l’album “Birth” proprio per raccontare la mia ri-nascita creativa.

Di Dario Faini – Dardust