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Giorni fa le pagine di cronaca dei quotidiani riportavano la vicenda di una coppia il cui marito aveva denunciato lei perché non cucinava e non puliva. I titoli sensazionalisti riprendevano sicuramente una diffusione di notizie parziali al punto che, dopo un po’, l’uomo ha rilasciato un’intervista all’Huffington Post.

Nell’intervista lui spiegava che in realtà la questione del mancato adempimento di certi doveri andava inserita in un contesto fatto di maltrattamenti contro di lui e contro i figli. Secondo quello che lui afferma esiste una denuncia per maltrattamenti nei confronti della moglie che risale al 2012. Lui stesso se ne era dimenticato e invece oggi viene fuori che lei potrebbe essere condannata ad una pena di sei anni di prigione.

L’uomo racconta di una serie di vessazioni, violenze psicologiche, mortificazioni, percosse, cui sarebbero stati sottoposti in famiglia. Il figlio più grande presentò denuncia, a sua volta, affermando di essere stato vittima di maltrattamenti.

Quel che era dunque l’immagine di un uomo maschilista che pretende che la moglie faccia la serva in casa viene contraddetta da un racconto che descrive una situazione di malessere che trova origine in motivi molto diversi.

Che il racconto di quest’uomo sia vero o meno, cosa che immagino accerterà il giudice, mi ha riportato alla memoria il fatto che quando si parla di violenza domestica non si può fare a meno di pensare che le donne siano le uniche a subirla. Generalmente sono le donne a finire in ospedale perché ferite o finiscono all’obitorio perché uccise dal convivente, dal marito o dall’ex. Ci sono casi in cui sono gli uomini a denunciare pur sapendo che dovranno superare una barriera fatta di stereotipi sessisti che nega la possibilità che gli uomini possano subire violenze inflitte dalle donne. Quel che si dice è che non si tratta di violenza di genere, perché non è per ricondurre gli uomini ai ruoli di genere che subiscono violenza. Tuttavia il pregiudizio di genere esiste nel momento in cui un uomo subisce violenza da parte di una donna che pensa di essere vittima, legittimata ad infierire sul compagno.

Un uomo che denuncia di aver subito una violenza deve superare un muro fatto di incredulità, sarcasmo, sfottò. Dire di aver subito violenza da una donna è poco virile, secondo alcuni, e questa è una questione di genere. Un uomo che dice di essere stato picchiato da una donna incorre in reazioni, da parte di altri uomini e donne, che umiliano, mortificano quell’uomo. Ben gli sta, dice qualcuna, come se si trattasse di una sorta di vendetta di genere che dovrà trovare sostegno ovunque. Se l’è cercata, dicono in tanti, perché se una donna maltratta un uomo deve essere per forza in reazione a una violenza subita. Le donne non sono violente per natura, afferma qualcuna, e dunque se lo diventano è solo per legittima difesa.

Intendiamoci, è assolutamente vero che tante donne attuano una legittima difesa dopo anni di abusi subiti nell’indifferenza del mondo circostante, ma non sempre è così. D’altro canto la vicenda, così come viene descritta, mi ricorda di un’altra storia che parla di una donna prima sovrappeso e poi dimagrita, che è stata lasciata dal marito a causa del dimagrimento. Anche nella storia di cui parlavo prima c’è di mezzo un dimagrimento della donna. In questo senso, senza che questo commento giustifichi o spieghi alcunché, ricordo anche di un’analisi fatta a proposito delle dinamiche familiari nel momento in cui una persona smette di essere rassicurante perché grassa.

Una donna “rassicurante”, per il proprio aspetto, rende il compagno più sereno. Lui non teme che lei lo tradisca. Lei non ha voglia di cercare niente di più perché si rifugia in un rapporto in cui l’insicurezza diventa motivo reciproco di dipendenza emotiva. Quando una donna rompe quel patto non scritto osserva la coppia, la sessualità, i doveri familiari, da tutt’altra prospettiva. Se prima pensava di dover “accontentarsi” di una sessualità non soddisfacente, di dover rivestire il ruolo della mamma e moglie efficiente, poi, il cambiamento del suo aspetto, diventa causa di insoddisfazione. Per lei. Per tutti.

Lei, più sicura di sé, vuole uscire da quella situazione, ne ha abbastanza di fare la mamma/moglie. Chiede alla famiglia di non coinvolgerla nelle loro abitudini alimentari. Cucinare diventa un problema perché gli odori, i sapori, diventano per lei una tentazione che deve gestire da sola. Spesso le persone che tentano di dimagrire non trovano in famiglia tanta solidarietà. Ovviamente non possono attribuire nulla di male ai figli che hanno bisogno di essere accuditi. Possono però sentirsi in trappola se l’uomo porta in casa cibi che lei evita come la peste e se lui non l’aiuta a esercitare la forza di volontà.

Spesso, nei contesti “malati”, se uno dei due soggetti dipendenti rompe lo schema, è l’altro che prova a riportarlo indietro perché pensa di perderlo. E tutto questo avviene ovviamente in maniera complessa e quel che accade, incluse le reazioni “violente” della persona che si cura, va inserito in quel contesto che non può essere rivisto se non alla luce dell’analisi di queste complessità.

Se lui vede lei più sicura di sé, più “bella”, è insicuro, si sente umiliato perché lei cambia atteggiamento. Quel che ha non le basta più. Capita anche che una donna che dimagrisce abbia voglia di apprezzamenti di altro tipo. Voglia di sperimentare altra sessualità e di sentirsi “bella” di riflesso al corteggiamento di altri uomini. Sono tutte cose comprensibili perché note a chiunque segua una famiglia, tutta intera, nel tentativo di fare in modo che superi, compatta, una fase di transizione che determina un cambiamento che scardina e capovolge le abitudini di tutti. Non sempre quella famiglia resiste e non sempre le persone crescono seguendo lo stesso ritmo, gli stessi tempi, e di sicuro non sempre si corrispondono quando ciascuno è perso nel proprio egoismo.

Pensare a se stessi, cercando di guarire i propri disturbi alimentari, significa distogliere lo sguardo, moderare l’attenzione, nei confronti di chi ti sta attorno. Questo può essere vissuto in maniera equilibrata o al contrario può diventare causa di violenza. Chi fa violenza in queste situazioni pensa di doversi difendere da chiunque sembra voler ricacciarti nella fase dipendente. Come quando cerchi di disintossicarti, di curarti da una sorta di dipendenza, e attorno tutti quanti continuano a farsi di sostanze o richiedono che sia tu stessa a doverle fornire senza curarsi del fatto che tu sei ancora una tossica che vive male il rapporto con quella sostanza, in questo caso il cibo.

Ripeto, non ho la più pallida idea di quel che è successo nel caso di cui parlavo all’inizio, e ciò che scrivo non è una scusante per giustificare le violenze commesse dalle donne, che so esistere, come so che le persone dipendenti da qualcosa possono essere gravemente violente con chi gli sta attorno. Rifletto semplicemente ad alta voce per andare oltre alla guerra tra donne/uomini, con relativa quota di negazionismo da una parte e dall’altra. Perché le violenze si prevengono tentando di fornire a chi la infligge e a chi la subisce strumenti culturali adeguati o comunque analisi – mai identiche, giacché va analizzato caso per caso – che possano aiutare ad evitarla. Tutto quel che ho scritto ovviamente vale anche al contrario. Quando l’uomo smette di essere quello che avete conosciuto e comincia a guardarsi attorno perché più “desiderabile” ai propri stessi occhi. A voi sembra una riflessione plausibile? Ditemi.