Anche l’Italia, come la “maggior parte dei paese europei”, si accinge dunque a varare una “normativa per regolarizzare le coppie gay” (nei tempi e nei modi consentiti dallo scontro in atto, in particolare, sulla questione delle adozioni). In realtà il disegno di legge Cirinnà, intitolato “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, non riguarda solo gli omosessuali. Nella sua prima parte si introduce l’istituto dell’unione civile fra persone della stesso sesso, mentre nella seconda, quasi un’appendice – sconosciuta ai più, praticamente clandestina, mai pubblicamente dibattuta – si delinea una normativa di serie B per le convivenze di fatto. E contrariamente a quanto affermato anche in questi giorni nei titoli e negli articoli sul “lato etero della riforma”, le convivenze di cui si tratta non sono solo quelle fra eterosessuali ma anche fra omosessuali.

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Insomma una riforma, non a caso travolta dalle strumentalizzazioni polemiche, che paga a livello comunicativo un po’ di pasticci che ne sono all’origine. La stessa aggiunta della seconda parte del ddl, dedicata alle convivenze, non si capisce se sia stata concepita per dare effettivamente una risposta all’antico problema irrisolto delle coppie eterosessuali che non vogliono e/o non possono sposarsi, o invece per mantenere il punto con le autorità clericali (“Il vero obiettivo dei vescovi è non dare diritti alle coppie eterosessuali: o ti sposi o niente”, disse a suo tempo proprio Monica Cirinnà) o, infine, per fornire anche ai gay una doppia possibilità, unione civile o convivenza, come quella che sarebbe a disposizione degli eterosessuali, convivenza o matrimonio.

A quest’ultimo proposito, vanno ricordate infatti le parole con le quali il sottosegretario Ivan Scalfarotto replicò, in fase di avvio del dibattito, a chi avanzava riserve sul “diritto minimo in materia di patti di convivenza” previsto dal governo  (vedi mio blog dell’ottobre 2014: “Unioni civili solo per gay. E gli etero? Figli di un dio minore”): “Gli etero hanno sempre il matrimonio come possibilità. Se due decidono di non sposarsi, non avrebbero interesse nemmeno a una unione civile dalle medesime ricadute patrimoniali”.

Fatto sta che il ddl Cirinnà affianca all’istituto matrimoniale tradizionale, riservato a coppie eterosessuali, non uno ma due nuovi istituti: l’“unione civile”, riservato agli omosessuali e negato agli eterosessuali, che prevede diritti e garanzie contrattuali molto vicine a quelle proprie del matrimonio, e i “patti di convivenza”, accessibili da parte di tutti, eterosessuali e omosessuali, che prevedono diritti e tutele molto limitate rispetto all’unione civile. Niente adozione del figlio del partner, niente reversibilità della pensione, niente equiparazione ai coniugi in materia di eredità, ecc..

E’ notizia di qualche giorno fa che il Tribunale di Londra ha respinto la richiesta di essere registrata come unione civile, senza matrimonio, a una coppia di docenti universitari eterosessuali, con un figlio di otto mesi. La trentaquattrenne Rebecca Steinfeld e il trentanovenne Charles Keidan volevano unirsi civilmente “perché ritengono che il matrimonio sia un rito patriarcale che non rispetta l’uguaglianza dei coniugi, mentre le unioni civili, secondo loro, prevedono diritti e doveri uguali per entrambi i coniugi”. Ma il Tribunale ha eccepito che i due “non rispettavano il requisito richiesto di essere entrambi dello stesso sesso”. La legge inglese del 2013 regola infatti solo le unioni civili fra omosessuali. Quando essa fu approvata, la proposta del parlamentare Tim Loughton di estendere le unioni civili anche alle coppie eterosessuali fu bocciata perché avrebbe pesato per 4 miliardi di sterline (4,7 miliardi di euro) sulla riforma del sistema pensionistico. Attenzione, disse Cameron, “se passa questo emendamento non solo è a rischio il progetto di legge, ma l’intero Tesoro dello Stato”.

Nella legge italiana in via di approvazione, invece, è prevista una normativa anche per gli eterosessuali. Ma di serie B. E non si capisce il perché. Lo comprenda o meno Scalfarotto, le coppie eterosessuali che non possono e comunque non vogliono sposarsi – in progressivo aumento: superano oggi il milione – avrebbero il diritto di aspirare alle tutele previste nel ddl Cirinnà solo per gli omosessuali, perlomeno nella stessa misura di questi ultimi.

E se sono comprensibili le perplessità per i costi da parte dell’amministrazione statale o quelle di parte clericale sulla istituzionalizzazione di un’alternativa al matrimonio per le coppie eterosessuali, meno comprensibile è la pervicacia con cui si ritiene di rappresentare le esigenze e di tutelare gli interessi degli omosessuali obbligandoli sempre a oscillare fra la etero-caricatura e il ghetto.

A parte l’antica battaglia laica e progressista contro il matrimonio come pretesa e velleitaria istituzionalizzazione dei sentimenti e ruolizzazione delle persone, e a parte, ad altro livello, lo stesso folklore macchiettistico e caricaturale dei gay pride, la rivendicazione degli istituti, dei modi e persino delle peculiarità genetiche e fisiche degli eterosessuali appare non la rivendicazione del sacrosanto diritto a poter vivere liberamente e dignitosamente la propria omosessualità, ma, in virtù di un gigantesco equivoco, esattamente l’opposto: negarla, negarsela.

Così, anche la battaglia per il matrimonio e la mancata battaglia per una unione civile senza distinzione di sesso appaiono frutto di un equivoco analogo, sempre nella rigida oscillazione fra etero-caricatura (il matrimonio, come gli eterosessuali) e ghetto (le unioni civili, ma solo per noi).

Oscillazione simile a quella di cui soffre il confronto politico nazionale su queste problematiche: da una parte, un eccesso di schiacciamento sulla componente naturale (la coppia è composta solo da maschio e femmina), dall’altra su quella culturale (anche due maschi o due femmine che si amano debbono potersi sposare e fare/acquisire figli). L’umanità è invece, se non equilibrio, certamente e ineluttabilmente impasto di natura e cultura; si esalta e si contraddistingue valorizzando e/o svalutando, anche sino ai limiti estremi, l’una o l’altra, ma negherebbe se stessa se pretendesse di ignorarne totalmente la ineliminabile differenza. Non di ruolo sociale, ma sessuale. Relativa alla riproduzione.

E del resto dovrebbe essere chiaro che tutta la polemica e lo scontro sulle unioni civili non riguarda esattamente la vita sessuale, l’affettività, i sentimenti, i gusti e il diritto alla libertà individuale, ma la sfera degli istituti giuridici, che sono tutt’altra cosa (una volta, si sarebbe detto: il loro opposto).

Perciò, forse sarebbe bastato e basterebbe, anche in considerazione della progressiva evoluzione dei costumi in atto, affiancare al classico istituto matrimoniale fra uomo e donna, che si mettono insieme con l’intenzione di condividere tutto (o quasi) per sempre (o quasi), un solo istituto alternativo: l’unione civile, senza ulteriori distinzioni. Un’unione fra due persone, senza distinzione di sesso, che decidono di stare insieme perché si amano o perché semplicemente stanno bene insieme, garantendo loro una base minima di diritti e doveri, integrabili con contratti liberamente elaborati e sottoscritti dal notaio.

Si sarebbero evitati (e si eviterebbero) molti equivoci, molti paradossi e molte strumentalizzazioni. Ma si sa: questo è da un po’ decenni il Paese delle radicalizzazioni e dei professionisti delle radicalizzazioni. Né di Voltaire, né di Salvemini e nemmeno di Aldo Moro.