Finalmente italiani. Almeno nello sport: i minori stranieri nati o residenti in Italia da quando sono piccoli potranno essere tesserati nelle società sportive come qualsiasi altro cittadino del nostro Paese. Niente più lungaggini burocratiche, richieste di documenti o buchi normativi che in certi casi sfociano in assurde discriminazioni. Lo ius soli sportivo è legge ed entrerà in vigore il 16 febbraio. Ma avrà una portata limitata ai soli tesseramenti, dove già diverse federazioni avevano approvato norme interne. Senza risolvere il problema principale: quello della cittadinanza di tanti giovani azzurri, a cui viene negata la nazionale fino alla maggiore età.

GOVERNO IN RITARDO – “Il provvedimento è giusto ma il governo arriva tardi, come spesso accade nel nostro Paese, su un tema in cui l’Italia è ferma al Medioevo”. A parlare a ilfattoquotidiano.it è Alberto Brasca, presidente della Federazione Pugilistica Italiana. La Fpi è una di quelle federazioni che si sono mosse autonomamente: nella boxe, infatti, da sempre non esistono differenze nel tesseramento fra italiani e stranieri, con la sola limitazione della partecipazione ai campionati italiani, in passato riservati ai possessori di cittadinanza. “Dal 2013 basta essere residenti in Italia da almeno due anni per partecipare ai campionati Elite”, racconta il presidente. “Il paletto temporale serve per evitare trucchi e fenomeni di ‘contrabbando’ di atleti, ma abbiamo voluto riconoscere i diritti dei nuovi italiani”. “Il nostro – prosegue – è uno sport tradizionalmente popolare e oggi nel popolo ci sono tanti immigrati e figli di stranieri. Le nostre palestre collocate nelle periferie sono luoghi di integrazione sociale, prima che fabbriche di campioni. Per questo abbiamo deciso di superare le barriere del passato”. Nella stessa direzione anche la Federazione Hockey prato (Fih), tra le prime a varare lo ius soli sportivo, e la Federazione di atletica leggera (Fidal). L’intervento del governo, dunque, segue soltanto una tendenza già in atto.

COSA CAMBIA – Il ddl prevede che i minori stranieri residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno d’età, possono essere tesserati con le stesse procedure degli italiani. Nel pugilato, dove la norma è già in vigore, la percentuale di cosiddetti “nuovi italiani” ai campionati nazionali è di circa il 10%, e sale al 20% tra i tesserati (dove però i cordoni sono ancora più lenti). “Qualcuno ha anche vinto il titolo a livello giovanile o femminile, ma non aspettatevi un’invasione”, spiega Branca. Ora riguarderà tutti gli sport: “Il provvedimento servirà ad aiutare le federazioni, perché il cambiamento spaventa e anche noi abbiamo incontrato l’opposizione di tanti conservatori che si dichiarano difensori dell’italianità. Come se al giorno d’oggi coincidesse ancora con il colore della pelle o la religione”. Nel calcio, ad esempio, a causa delle norme internazionali di contrasto alla tratta di minorenni – il tesseramento è difficile: “La Fifa – spiega Stefano Sartori dell’AssoCalciatori – non fa differenza tra un ragazzino trasferito dall’Africa per gli interessi dei cacciatori di talenti, e uno che è nato o vissuto in Italia da genitori stranieri e vuole giocare a pallone come i suoi coetanei”. Fino ad oggi, venivano chiesti documenti come il contratto lavorativo dei genitori e severe verifiche. “Complicazioni che spesso scoraggiavano i club”, aggiunge l’Aic, che invita comunque a non abbassare la guardia sul “trafficking” di bimbi calciatori.

IL SOGNO NEGATO DELLA NAZIONALE – Adesso finalmente la situazione cambierà. Ma solo per i tesseramenti, non per la nazionale, per cui serve una vera legge sullo ius soli, non solo sportivo. In Germania la cittadinanza è riconosciuta ai bambini nati da genitori stranieri in possesso di permesso di soggiorno permanente; in Belgio, al compimento dei 12 anni se i genitori sono residenti da almeno dieci anni. E i risultati si vedono anche nello sport, con nazionali multietniche e vincenti. Da noi, invece, i nuovi italiani sono “apolidi” fino al compimento dei 18 anni. Una situazione diventata famosa per il caso di Mario Balotelli, ma che riguarda centinaia di adolescenti. “È assurdo che ragazzi cresciuti nelle nostre scuole o addirittura nati nel nostro Paese, che hanno tutto d’italiano, non possano andare in nazionale”, attacca Branca. “Così si perdono anche occasioni importanti: penso a un talento strepitoso di origini marocchine che abbiamo a Firenze, sta da noi da quando faceva le elementari e parla in fiorentino, ma ancora non riesce a prendere la cittadinanza e ha saltato gli Europei”. “Su questo però – conclude il numero uno della Fpi – le Federazioni non possono farci proprio nulla. Tocca al governo intervenire”. Come al solito in ritardo.

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