E’ stato ucciso un giornalista. E’ stato prima torturato e poi ammazzato. Raccontava, documentava, inseguiva la verità. Si chiamava Giulio Regeni, 28 anni, appena due in più di Giancarlo Siani, un abusivo che lavorava per “il Mattino”, trucidato a Napoli – 30 anni fa – dai killer della camorra. Oltre alla precarietà, c’era un altro filo invisibile che li legava: capire i fatti e raccontarli. Un narrare da dentro. La bravura e il talento di unire i pezzi. Collocare i dettagli in una cornice più ampia.

Confesso da lettore che non conoscevo il cronista Giulio Regeni. Stamane ho letto tutto di  un fiato sul quotidiano “il Manifesto”, l’ultimo suo reportage dal Cairo: “In Egitto, la seconda vita dei sindacati indipendenti”. C’è tutto in quell’articolo: attenzione, conoscenza, dedizione e competenza. Un resoconto preciso, una cronaca asciutta, una visione chiara delle complesse vicende. Un reportage degno delle grandi firme del giornalismo.

Giulio Regeni Cairo 675

Giulio Regeni, lo svela lo stesso quotidiano, firmava i suoi pezzi con uno pseudonimo. Un artificio che adoperano per non esporsi, non correre rischi inutili, restare un passo di lato, non dare nell’occhio quando percepisci un possibile pericolo, una minaccia. Un’esile protezione fai da te. Un’autotutela minima per non sfociare nell’autocensura problema che accomuna tanti giornalisti italiani. Questo è il punto: Giulio non era libero di scrivere i suoi articoli e firmarli, era impossibilitato nel guardare negli occhi i suoi lettori, sapeva di essere in pericolo. Nelle ultime ore – è la ricostruzione che sta emergendo – Giulio temeva per la sua incolumità. Aveva compreso che i suoi articoli sui fermenti sociali, le rivendicazioni dei diritti, sul conflitto dilagante davano fastidio al potere in Egitto.

L’omicidio di Giulio Regeni non è solo una vicenda egiziana ma coinvolge da vicino il nostro Paese. L’Italia ora deve aprire gli occhi e smettere di essere forzatamente e artificiosamente amica con tutti. Chiedere e cercare la verità è un obbligo, un dovere sempre e specialmente ora. Il nostro paese rompa gli indugi, si spogli dell’ipocrisia diplomatica, pretenda la verità, e se non arriva apra un contenzioso con l’Egitto. Sarebbe una presa di posizione tardiva ma già sarebbe qualcosa. Non posso che condividere e sottoscrivere ciò che hanno scritto quelli di INFOaut: “… Negli ultimi due mesi del 2015, in Egitto ci sono stati circa 340 sparizioni forzate. In media, tre persone ogni giorno vengono prelevate da membri dei servizi segreti e delle forze dell’ordine egiziane per essere portati in diverse zone del paese dove subiscono torture, stupri e violenze…”.

“…Verità e giustizia, certo, perché vogliamo sapere esattamente come, perché e per mano di chi è morto Giulio Regeni. Ma che i Gentiloni, i Renzi, ci risparmino la loro ipocrisia. Ancora una volta, sono i loro affari che fanno i nostri morti”.