Conferenza mondiale sul clima a Le Bourget

Strano a dirsi, ma l’accordo della cop 21 di Parigi è presto sparito dai radar della stampa. Chi ne parla più? Che c’entrino non poco petrolieri e industria militare? Vediamo un po’.

Una delle conseguenze riconosciute delle attività umane è l’accumulo nell’atmosfera di enormi quantità di gas che destabilizzano l’equilibrio energetico globale e causano un aumento della temperatura globale, superando i 50 Gigaton (miliardi di tonnellate) di CO2 equivalente l’anno, e una concentrazione in atmosfera di 400 parti per milione (ppm) già nel 2015. Le attuali tendenze portano ad un aumento della temperatura media del pianeta tra 3,7 e 4,8 °C entro la fine secolo, rappresentando un’emergenza planetaria senza precedenti nella storia dell’umanità. Per affrontare questa emergenza 180 rappresentanti dei governi di tutto il mondo hanno sottoscritto a Parigi un accordo storico… con qualche trucco di troppo, così da rendere arrendevole all’assalto di petrolieri e militari la soglia concordata di 1,5°C di aumento massimo di temperatura. Facciamo qualche esempio.

Innanzitutto la terminologia tutt’altro che irrilevante in un protocollo. Un team specializzato di avvocati e contrattualisti dei paesi industrializzati ha fatto pressione in sede di estensione dell’accordo perché entrassero clausole conformi a dilazionare i tempi. Parole chiave sono state attentamente selezionate per proteggere interessi settoriali: in particolare Big Oil e interessi militari hanno fatto sentire la loro voce. Così, mentre nel preambolo c’era scritto, fino a due giorni prima della data finale, che il rispetto dei diritti umani, il diritto allo sviluppo e l’equità intergenerazionale “devono” orientare la lotta all’abbattimento delle emissioni, nel documento conclusivo, su insistenza delle delegazioni degli Stati Uniti, dell’Unione europea, del Giappone e del Canada, “devono” si è trasformato in “dovrebbero”, con una componente dichiarativa priva di valore giuridico. Nella stessa stesura finale ci si limita a rilevare, anziché “riconoscere” l’importanza della tutela della biodiversità “riconosciuta da alcune culture” e l’importanza del concetto di giustizia climatica “per alcuni”.

Una volta fissata la soglia di 1,5°C – pur importante sul piano indicativo – non si sono definiti né la strategia né il percorso per garantire quel risultato. Di fatto l’accordo di Parigi si basa su un collage di contributi volontari, determinati da ciascun paese per se stesso, senza il coordinamento tra le parti, senza condizioni o sanzioni per non conformità. Pur riconoscendo che c’è incoerenza tra l’obiettivo auspicato e i contributi volontari presentati, la Conferenza delle Parti ha rilevato con preoccupazione “che i livelli stimati di emissioni aggregate di gas serra nel 2025 e nel 2030 risultante dai contributi previsti stabiliti a livello nazionale non sono coerenti nemmeno con lo scenario 2 °C”.

In ballo ci sono soprattutto le fonti fossili e l’imponente impiego delle armi. L’obiettivo principale della decarbonizzazione dell’economia, così duramente discusso nelle riunioni preparatorie e sottolineato come priorità dall’IPCC, è stato ridotto a un vago riferimento a: “le parti intendono fare in modo che le emissioni raggiungano un picco al più presto possibile” per poi “rapidamente ridurre i gas climalteranti” al fine di “raggiungere un equilibrio tra emissioni antropiche dalle fonti e l’assorbimento dei cosiddetti serbatoi nella seconda metà del secolo” (articolo 4). Di conseguenza, il picco di emissione potrebbe essere di qualsiasi grandezza, con un periodo di tempo indefinito perché si realizzi, mentre la portata del saldo tra emissioni e livelli di temperatura potrebbe essere esteso fino alla fine del secolo.

In ogni caso, l’accordo di Parigi non menziona neanche una volta che i combustibili fossili abbiano termine. Anzi, mentre il paragrafo 7 dell’articolo 6, incluso nel documento del 5 Dicembre 2015, dichiarava: “Le parti dovrebbero ridurre gli investimenti di sostegno internazionali con alti livelli di emissioni e aumentare il sostegno internazionale per gli investimenti volti a soluzioni a basso tenore di carbonio”, nella versione finale, 7 giorni dopo, quel riferimento non esiste più.

Quel che è ancor più sorprendente è che l’accordo esclude dal computo le emissioni generate dalla attività militare, dall’aviazione e dal trasporto marittimo, privilegiando soprattutto gli interessi strategici e commerciali dei paesi industrializzati. Le trattative sul riscaldamento globale hanno alla fine rimandato nel tempo che i paesi industrializzati siano vincolati all’impegno a fornire 100 miliardi di dollari ai paesi in via di svluppo, in cui vi è l’80% dell’umanità, per sostenere il loro contributo agli obiettivi dell’accordo. Eppure, secondo il SIPRI la spesa militare globale è superiore a 1.700 miliardi di dollari ogni anno. Solo gli Stati Uniti superano i 650 miliardi e l’Europa i 450 miliardi. Nel suo discorso a Parigi, John Kerry è stato particolarmente generoso nel raddoppiare l’eventuale contributo degli Stati Uniti al Fondo verde per il clima, da 400 a 800 milioni!

Secondo un’analisi congiunta dell’Istituto per lo Sviluppo Internazionale e dell’ODI, solo i paesi del G20, le prime 20 economie, canalizzano ogni anno 450 miliardi di dollari di fondi pubblici sotto forma di sussidi alle compagnie petrolifere. Durante la legislatura 2013-2014, le compagnie petrolifere USA hanno contribuito con 326 milioni di dollari ai membri del Congresso degli Stati Uniti per finanziare le loro campagne elettorali e per influenzarne le decisioni. Tra i favori ricevuti in cambio per lo stesso periodo, il Congresso ha fornito sussidi alle compagnie petrolifere per 34 miliardi di dollari.

Non desterà quindi meraviglia se l’accordo della Cop 21, nonostante sia stato diluito, non tiene più banco sulle pagine e nelle rubriche televisive e se è stato ignorato l’appello di un gruppo di 32 personalità, guidato da quattro premio Nobel, che ha suggerito di introdurre una carbon tax e di eliminare i sussidi che ora premiano l’estrazione e l’utilizzo di fonti di energia ad alta intensità di carbonio. I radar dei militari e delle agenzie di stampa “oil sensitive” registrano solo segnali sintonizzati sulla loro lunghezza d’onda.