Esce il nuovo album di Sia e, lo diciamo senza paura di smentite, tutti gli altri se ne vanno a casa. Ciao, ciao, è stato bello e tutto, ma non c’è proprio storia. Sia è la migliore autrice di pop degli anni Zero, una delle più grandi di sempre, e il suo curriculum parla per lei. La più grande autrice che, da qualche tempo a questa parte, è diventata anche autrice di grandi successi in proprio. Roba da favole, insomma. Ma anche una grande autrice, una da milioni di copie vendute, può ricevere dei no.

Vuole leggenda che le dodici canzoni che compongono il settimo album siano state rifiutate da alcune grandi artiste, proprio quelle per cui Sia ha sfornato mega-hit: Rihanna, Beyoncé e Shakira in testa. Incassati i no, Sia, ha deciso di far propri quei brani, trasformandoli, ce ne fosse bisogno in nuove potenziali hit. La cifra di Sia la conosciamo: la sola, probabilmente, dopo Michael Jackson, capace di infondere nervosismi e tragedie dentro canzoni squisitamente pop, leggere. Ritmi sghembi, melodie aperte nei ritornelli, sincopate nelle strofe. Grandi canzoni, che meritano tutto il successo che averebbero avuto se a cantarle fossero state Adele (autrice insieme alla stessa Sia e al grande Tobias Jesso Jr di Alive, singolo che aveva anticipato in autunno This is Acting), o Rihanna, che ha rifiutato due brani presenti in tracklist per il suo nuovo lavoro, Anti.

Chandelier. Se avete presente quel capolavoro che è Chandelier potete immaginarvi le canzoni di questo nuovo lavoro. A partire dall’iniziale Bird set free, sempre scritta con Adele e Jesso, fino a quella Reaper, decisamente il brano più semplice e solare della covata. Perché in genere This is acting è tutto nevrosi, tragedia, ritmi marziali declinati al presente, al futuro, lamenti lanciati al cielo, gridi di disperazione che sono dannatamente affascinanti da sentire. Qualcosa che, in fondo, ci fa sentire un po’ a disagio, come se avessimo goduto nel fare qualcosa di poco gradevole, di sporco, di cui non andare fieri. Invece ascoltare le canzoni di Sia è opera buona e giusta.

Dovrebbero farlo, come per la cura Ludovico di Arancia Meccanica, i tanti aspiranti autori di casa nostra, specie quelli che ci ammorbano con le loro canzoncine naif. Lì, legati al letto, le orecchie aperte a forza a sentire Unstoppable, per dire, novella Chandelier, o Cheap Thrills, rifiutata da Rihanna, o Footprints e Sweet design, scartate da Beyoncé. Lo spartito della conclusiva Space between, dilatata e decelerata, se lo dovrebbero tatuare tutti sulla fronte, così da vederlo ogni volta che si specchiano, come promemoria.

Poi, siccome ascoltare non basta, toccherebbe farli ballare come faceva in passato, nel passato recente, Maddie Ziegler, la bambina mini-Sia protagonista dei video 1000 Form of Fear. Perché Sia, col suo essersi in qualche modo tolta dalle scene, pur rimanendoci, coperta da quelle stravaganti parrucche albine, gigantesche, portata nel proscenio dalla bambina dalla danza folle, è un esempio che andrebbe studiato anche da tutte le aspiranti popstar. Osare si può, nella scrittura come nel look, nel modo di esserci non essendoci, imparate o fatevi da parte. Oggi, Sia, ha lanciato questo nuovo trend del caschetto metà albino metà corvino, come nei flashmob di lancio di Alive.

Questa è recitazione, dice il titolo dell’album, perché Sia si veste, metaforicamente, i panni degli interpreti per cui aveva scritto queste canzoni. Cosa che si evince anche dagli arrangiamenti, che sanno così tanto delle cantanti cui i brani erano destinati, modo estremo per esserci scomparendo messo in atto da Sia Furler, la più grande autrice degli anni Zero. Ne prendiamo atto, con lo stesso patto non scritto che stringiamo con gli attori dei film, finti, nello schermo, ma veri e credibili. Questa è recitazione, è vero, ma Dio, quanto è bella.