Resistenza

Come sempre, appena trascorso il fatidico e celebrato giorno in cui la nostra memoria dovrebbe essere risospinta sulla spettacolare Shoah, ci rendiamo regolarmente conto d’aver obnubilato vittime e conseguenze di molti altri stermini. Come per esempio quello in cui pare siano rimasti coinvolti 800 mila militari italiani i quali, in conseguenza del così/detto armistizio dell’8 settembre del ‘43, vennero prelevati in quanto “traditori” veri e/o supposti tali, per essere deportati e quindi internati dall’ex alleato tedesco nei campi di concentramento in Germania e non soltanto. Come per esempio ha documentato Alessandro Natta nel suo L’altra resistenza (Einaudi 1997), in seguito al suo internamento nel campo di prigionia di Rodi, dopo essersi rifiutato di collaborare con i tedeschi e i repubblichini. Saggio che non abbiamo letto in quanto ormai introvabile, nonostante Natta, di formazione liberal-socialista alla Calogero e Capitini per intenderci, fosse diventato tra l’84 e l’89, per sua stessa definizione, “ultimo Segretario del Pci”, nonché presidente del medesimo partito dall’89 al ’90.

Renzo De Felice, nella sua magistrale intervista concessa a Pasquale Chessa e titolata Rosso e Nero (Baldini & Castoldi), sottolinea “l’immagine feroce, ma efficiente, del tedesco occupante, fissata nella coscienza collettiva mondiale come uno stereotipo cinematografico”, che “in Italia rimanda alla facilità con cui, dopo l’annunzio dell’armistizio, l’alleato tradito si trasformò in invasore senza incontrare nessuna resistenza”. Anche se, a ben vedere, qualche resistenza ci fu. Per esempio da parte degli 800 mila militari italiani internati dopo l’armistizio nei campi nazisti, dei quali solo 50 mila, posti di fronte all’alternativa di aderire alla Repubblica di Salò o di rimanere nei campi, scelsero la prima ipotesi, mentre tutti gli altri, decimati dai maltrattamenti e dalla denutrizione, rientrarono a casa solo dopo la fine della guerra. Un’altrettanta ferma resistenza venne fatta persino all’interno della neonata aeronautica repubblichina i cui responsabili – Ernesto Botto, sottosegretario dell’arma e Giuseppe Baylon, capo di stato maggiore della stessa, nonostante fosse considerato da Mussolini “un vero e proprio afascista” – si recarono in Germania (Botto) e nell’Italia settentrionale (Baylon), a recuperare personale aeronautico internato dai tedeschi nei vari campi di concentramento, per essere inquadrato su base esclusivamente volontaria e raramente ideologica, nelle file dell’aeronautica repubblichina.

Come si vede sono molti i settori in cui la memoria andrebbe rinfrescata e sottratta da comode e poco edificanti rimozioni, come anche nel caso di Alfredo Pizzoni, presidente del Comitato di Liberazione in alta Italia, nonché il capo della Resistenza fin dall’inizio e per diciotto mesi, anche se di lui si è persa la memoria. Perché, come precisa De Felice: “Fu la sinistra resistenziale a volere la testa di Pizzoni: troppo liberale, troppo patriota, troppo amico degli Alleati”.

Ma per comprendere appieno “il ruolo di Pizzoni e l’autorevolezza con cui interpretò la sua funzione di capo indiscusso della Resistenza” – basterebbe la lettera che, Lord Patrick Gibson  maggiore della Special Force Number I – inviò al Corriere della Sera in occasione del quarantesimo anniversario della Liberazione. Lettera in cui Gibson denunciava la damnatio memoriae che ha segnato il destino di Alfredo Pizzoni. Anche se “era stato Pizzoni a convincere le grandi banche a finanziare la Resistenza consentendone la sopravvivenza – come dettaglia De Felice – era stato Pizzoni l’unico in grado di tenere a bada le forze centrifughe del movimento partigiano e al contempo ispira fiducia e sicurezza negli Alleati sospettosi e infastiditi dalle pretese degli italiani”. Ciò nonostante la lettera di Gibson non venne mai pubblicata dal Corriere.

C’è voluto mezzo secolo e il cinquantenario della Resistenza per la riabilitazione di Pizzoni” – riconobbe De Felice – visto & considerato che le sue memorie ora figurano (…) in un trittico resistenziale per i tipi del Mulino. Un libro che se “sottrae Alfredo Pizzoni alla damnatio memoriae, non è detto che riesca a farlo entrare ufficialmente tra i protagonisti della storia della Resistenza italiana. “Per la vulgata Pizzoni non è mai esistito e forse non esisterà mai, conclude De Felice, gli sconfitti hanno lasciato ai vincitori un frutto avvelenato: una mentalità autoritaria che annulla ogni diversità, che non si preoccupa di rispettare le vicende della storia”.