La tennista Laura Robson

Forse non avrà lo stesso impatto emotivo e simbolico del guanto nero indossato da Tommie Smith e John Carlos sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, ma il nastrino fermacapelli con i colori dell’arcobaleno indossato lunedì scorso dalla giovane tennista britannica Laura Robson agli Australian Open di tennis è un gesto altrettanto importante. Quanto insolito da parte di un atleta. Allora il guanto nero fu un omaggio alle lotte delle Pantere Nere e un simbolo di riscossa per gli afroamericani, oggi il nastrino colorato è una dichiarazione di sostegno ai movimenti per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali. La scelta della Robson, diciotto anni tra pochi giorni, di indossare quel nastro proprio lunedì scorso non è stata casuale. La tennista era infatti impegnata nella partita del primo turno del torneo (poi persa in due set 6-2, 6-0 contro la serba contro Jelena Jankovic) sul campo della Margaret Court Arena di Melbourne.

Eccelsa campionessa australiana, Margaret Court, cui dal 2003 è dedicato l’impianto sportivo che ospita il torneo, è detentrice di una serie infinita di record: 64 titoli (24 in singolare, 19 in doppio e 21 in doppio misto) del Grande Slam vinti in carriera; è una delle tre, insieme a Hart e Navratilova, ad avere vinto ogni titolo possibile in ognuno dei quattro campi dello Slam e una delle tre, insieme a Connolly e Graf, ad aver completato lo Slam (nel 1970). Ma da quando si è ritirata dai campi, Margaret Court è diventata una cristiana evangelica specializzata in dichiarazioni contro l’omosessualità, da lei definita “un abominio agli occhi del Signore”. Pastore della Victory Life Centre Church di Perth, Margaret Court ha ritrovato la ribalta dopo il tennis per le sue recenti partecipazioni a programmi della televisione australiana, nei quali si vantava di aver aiutato “molti omosessuali a guarire” e non perdeva l’occasione per scagliarsi contro le associazioni gay e lesbiche, colpevoli di lottare per il diritto a unioni da lei definite “insane e innaturali”.

A Margaret Court aveva già risposto Martina Navratilova – che già nel 1981, nel pieno della carriera, aveva deciso di rendere pubblico il suo orientamento sessuale – dichiarando: “Le persone si sono evolute, Margaret Court evidentemente no. La sua visione miope è davvero spaventosa e dannosa per i bambini che vivono in coppie omosessuali”. Poi, in vista degli Australian Open, sulla rete si sono aggregati diversi gruppi di protesta, che chiedevano al pubblico e agli atleti impegnati nella Margaret Court Arena di indossare un vessillo con i colori dell’arcobaleno in segno di protesta con le affermazioni di Margaret Court. L’unica a rispondere alla chiamata è stata Laura Robson, subito adottata come beniamino dai gruppi per i diritti civili, suscitando un clamore che è andato però oltre le sue intenzioni. Tanto che nel dopopartita si è quasi giustificata: “Sapevo che me lo avreste chiesto. Ma era solo un nastrino fermacapelli colorato, non è stato un gesto politico, né di protesta contro qualcuno. Non ero nemmeno a conoscenza della campagna in corso che invitava portare qualcosa con i colori dell’arcobaleno sul campo”. Salvo poi ammettere che quel nastro arcobaleno l’ha indossato consapevolmente, perché, ha detto: “Credo nell’uguaglianza e nei diritti delle persone”.

Ma quello che nel tennis è possibile, nel calcio non è nemmeno lontanamente immaginabile. Martedì scorso il presidente uscente della federcalcio tedesca Theo Zwanziger, durante una conferenza sul tema vicino a Colonia, si è augurato che i calciatori che lo volessero “abbiano il coraggio di uscire allo scoperto e dichiarare la propria omosessualità”, e li ha invitati a seguire l’esempio del coming out del sindaco di Berlino Klaus Wowereit. La risposta era però già contenuta in un’intervista rilasciata il giorno precedente dal capitano della nazionale tedesca Philipp Lahm. “Non credo che la società civile sia progredita abbastanza per accettare calciatori professionisti omosessuali, cosa che invece non desta stupore in altri ambiti – ha detto il difensore del Bayer Monaco – Allo stadio non c’è spazio per il politically correct, non è come nel mondo della politica, chi fa outing non deve poi giocare davanti a 60 mila persone ogni settimana”.

Da sempre vittima di pettegolezzi su una sua presunta omosessualità, già nella sua autobiografia Lahm aveva negato che il suo fosse un matrimonio di convenienza come quello di molti altri calciatori e aveva invitato i calciatori a non uscire allo scoperto. “Non consiglierei a nessun giocatore gay professionista di fare coming out. Temo che alla fine succederebbe come per Justin Fashanu che è stato messo talmente all’angolo da portarlo a commettere un suicidio”. Calciatore inglese degli anni Ottanta, Justin Fashanu fu il primo e per ora unico calciatore professionista ad ammettere pubblicamente la propria omosessualità. Ostracizzato dal mondo pallonaro e falsamente accusato di violenza su un minore, si suicidò pochi anni dopo il coming out nel garage della sua casa nell’East End londinese. Da allora nessun altro calciatore professionista ha mai dichiarato pubblicamente la sua omosessualità.