Il 28 gennaio 2016 il disegno di legge Cirinnà sulla “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” giungerà all’esame dell’Aula. Da diversi giorni il paese in cui vivo è tappezzato di volantini del Comitato ‘Difendiamo i nostri figli‘ sponsorizzanti la manifestazione di Roma del 30 gennaio, contro appunto la possibile approvazione della proposta, che trascinerebbe finalmente l’Italia fuori dall’oscurantismo di cui è sempre stata protagonista. Ma per i vari comitati pro “famiglia naturale”, tenacemente contrari al riconoscimento legale delle coppie gay, dell’utero in affitto e della paventata stepchild adoption, sarebbe la rovina dei morali più alti su cui società, scuola e famiglia dovrebbero fondarsi. Non a caso i poster contro la proposta Cirinnà campeggiano in bella vista sui portoni di tutte le scuole, dal nido alle superiori.

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E’ interessante notare come attraverso la retorica dei loro slogan, possano essere magnanimi nei confronti delle donne – utili portabandiera delle loro campagne –, bisognose di essere rispettate nel corpo, salvaguardate da “pratiche riproduttive di sfruttamento“ e da “desideri individualistici”. Poco male se dopo, quelle stesse donne, nel nome dei precetti cattolici dovrebbero procreare ad ogni orgasmo.  

E chi meglio dei figli, dei bambini, può prestarsi a effigie da preservare contro tutti i mali del mondo? Soprattutto se i peccati assumono le sembianze di due uomini che si tengono per mano. Diventa quindi doveroso, nel delirio fascio-omofobo, per ogni genitore “vigilare sui programmi scolastici” affinché non si pongano in contrasto coi valori di riferimento. 

Già. Ma quali devono essere i valori di riferimento?

Quelli di un’educazione di genere che basa i suoi fondamenti “sull’andate e moltiplicatevi” purché abbiate un pene e una vagina? O quelli che va benissimo lottare contro il bullismo nelle scuole ma datemi quel frocio che lo riformo io? O quelli che le pari opportunità vanno incoraggiate purché ti sottometta dal primo giorno che mi sposi?

Due cuori che battono l’uno per l’altro, indistintamente dal sesso, colore e religione, riescono a scatenare, nei filosofi della famiglia tradizionale, inimicizia, quando non vero odio. Uno dei punti fermi nella caccia alle streghe è la contrarietà assoluta all’adozione da parte delle coppie gay.

Per i comitati è preferibile per un bambino trascorrere la propria infanzia in istituto piuttosto che dentro una casa sotto le cure amorevoli di una coppia di uomini. In alternativa, meglio sistemarli in mezzo a venti suore piuttosto che con due donne. Il binomio omosessuale-pederasta, perpetrato nelle epoche passate è ancora presente nelle pieghe sociali di oggi, nonostante gli studi ci dicano che un bambino ha le stesse possibilità di venire molestato all’interno di una coppia gay come in quella etero. Le cronache invece parlano di quello che hanno fatto i preti ai loro piccoli discepoli, affidati loro con cieca fiducia, e come la Chiesa abbia cercato in tutti i modi di proteggere i pedofili al suo interno.

Nel promulgare un modello di famiglia inapplicabile a tutta la popolazione mondiale, restringono il campo alla diversità, che proprio in quella natura di cui tanto si riempiono la bocca, prolifera. E nel tagliare le ali a qualsiasi tendenza o inclinazione che non segua i loro dettami, mettono in atto la più feroce delle discriminazioni. Nel nome dell’amore.

Quei codici e quel linguaggio ricordano fin troppo bene tempi infausti non così lontani nel tempo.

Cosa succederebbe se dopo “la famiglia naturale” il loro accanimento passasse a come le donne si devono vestire? O contro le coppie miste? O se si dovesse tornare indietro (come stanno cercando di fare, in parte riuscendoci in America) su conquiste imprescindibili come l’aborto o la contraccezione?

Questi signori parlano dei “nostri figli”, ma in mezzo ai “nostri figli” ci stanno anche i miei. E allora non azzardatevi a parlare in loro nome.