Il libro di recente uscita A Ferro e Fuoco, scritto da quattro giovani giornalisti vincitori del premio Morrone 2014 per la video-inchiesta Anello di Fumo, è un dito puntato contro organi di informazione e istituzioni spesso silenti, talvolta complici, del circuito di veleni tossici che avvelena da anni la città di Roma.

rifiuti tossici

Si parte dai rom, ultimo anello di una catena che alimenta una “terra dei fuochi” ad est della Capitale, dove colletti bianchi e imprenditori senza scrupoli muovono “scarti materiali” e “scarti umani” per trarre profitti. L’indagine prende spunto da loro, gli abitanti nelle baraccopoli romane che chi ha governato Roma ha chiamato senza vergogna «villaggi della solidarietà».

A Roma sono anni che il tema dei roghi tossici appiccati in prossimità dei “campi nomadi” riempie colonne di giornali sollevando la comprensibile indignazione di comitati di quartiere. Sull’argomento si spendono commenti di ogni genere, si organizzano riunioni e manifestazioni, si assiste a prese di posizione di esponenti politici. Periodicamente la questione trova sbocco in una interpellanza parlamentare.

E’ facile guardare il dito, più difficile osservare la luna. Anzi, è proprio di chi non vuole che si guardi la luna, focalizzare l’attenzione sul dito! E così, mentre ci si preoccupa della diossina che scaturisce dal rogo tossico appiccato nella baraccopoli di Salone o in quella di Salviati, a Roma bruciano capannoni e la discarica dell’Inviolata o la Basf (ribattezzata l’Ilva di Roma dagli autori del libro inchiesta) inquinano falde e vomitano veleni a ciclo continuo.

Emblematico è il caso dell’impianto Basf, inceneritore della multinazionale tedesca, collocato proprio a ridosso della baraccopoli di Salone e non lontano dal quartiere di Tor Sapienza dove la battaglia contro i roghi tossici dei rom da parte di cittadini e di comitati di quartieri ha raggiunto i livelli più alti. L’impianto vomita giornalmente nell’aria di Roma quasi 200.000 metri cubi di fumi inquinanti, saturi di palladio e diossina, che contengono circa 30 chilogrammi di sostanze tossiche. A pochi metri dall’impianto sorgono case e strutture per bambini, anche se l’Asl di Roma lo ha classificato come “industria insalubre di prima classe” vietando qualsiasi tipo di insediamento abitativo nell’area limitrofa.

Perché allora prendersela con i roghi tossici sprigionati nelle baraccopoli romane il cui impatto è infinitesimamente meno grave dei fumi che escono dalle ciminiere della Basf? Perché serve a distogliere l’attenzione provocando una guerra tra poveri che solleva le istituzioni dalle loro responsabilità. Perché alla fine, non dimentichiamolo, i primi a respirare i veleni della Basf sono i mille rom che abitano a 500 metri dall’impianto. Sono loro le principali vittime collaterali di una filiera che imprigiona Roma nel fumo tossico, che si arricchisce e si autoalimenta nello smaltimento illegale di rifiuti.

La Basf e la baraccopoli vicina condividono la medesima via di Salone ma anche un unico destino. Nella prima vengono inceneriti catalizzatori esausti, nella seconda viene annichilita un’umanità sfinita. Nella cosiddetta “Ilva romana” viene trattato lo “scarto materiale”, nella baraccopoli di Salone viene contenuto e compresso lo “scarto umano”, quello in esubero, non produttivo e senza funzione utile. Come i rifiuti tossici prima di essere inceneriti sono sigillati in contenitori a tenuta stagna, così il ghetto per soli rom è il luogo da cui non si può uscire, né fisicamente né mentalmente. Entrambi sono presidiati da forme rigide di controllo poliziesco. Entrambe rappresentano le istituzioni dove il “rifiuto materiale” e il “rifiuto umano” vengono smaltiti e trasformati in qualcosa di diverso, senza più alcuna sembianza rispetto alla forma originaria. I due “rifiuti” generano paura e la paura alimenta l’odio e il disprezzo.

E allora, seguendo i segnali di fumo di A Ferro e Fuoco, scopriamo che piuttosto che indicare i roghi tossici degli insediamenti romani come il “problema dei problemi”, sarebbe più onesto individuare altrove le responsabilità della diossina presente nell’aria romana. La risposta non è dentro la baraccopoli ma al di fuori, nelle sale degli amministratori incapaci di fare programmazione politica e negli uffici di imprenditori senza scrupolo, gli stessi che attendono con ansia le prossime elezioni amministrative per trasformare veleni in euro. Lasciando che i cittadini della periferia continuino a prendersela con i rom…

LA REPLICA DI BASF 

Egregio Direttore,

abbiamo letto quanto pubblicato sul blog “Ambiente e Veleni” della vostra testata online, in data 18 gennaio 2015, dal Sig. Carlo Stasolla e desideriamo precisare la posizione di BASF con preghiera di pubblicazione.  Quello che ci interessa, senza volontà di contrapporsi a nessuno, è solamente contribuire ad una corretta informazione, facendo chiarezza riguardo l’impianto Basf di Via di Salone.
A smentire le accuse del Sig. Stasolla vi sono le numerose indagini condotte in questi anni dalle autorità competenti che hanno dimostrato come lo stabilimento non rappresenti un pericolo per la salute pubblica e per l’ambiente.
L’ultima indagine, in ordine cronologico, è stata quella pubblicata a gennaio 2015 dall’Istituto Superiore di Sanità nella quale si afferma che la principale causa d’inquinamento dell’area di Case Rosse è da attribuire al traffico veicolare.
A seguito di questo studio, abbiamo subito manifestato la nostra preoccupazione per il livello di inquinamento chiedendo la realizzazione di ulteriori studi volti a monitorare la qualità dell’aria al fine di tutelare la salute e il benessere dei cittadini, in primis i nostri lavoratori.
Queste indagini si sommano ai numerosi controlli effettuati in base alle prescrizioni contenute nell’Autorizzazione Integrata Ambientale e agli oltre 150 controlli a sorpresa ricevuti da tutte le autorità competenti ambientali e di polizia dal 2006, anno nel quale Basf ha acquisito dalla Engelhard lo stabilimento di Roma. Questi controlli hanno confermato la conformità alla normativa vigente dell’impianto che ha sempre ricevuto tutte le necessarie Autorizzazioni ad operare.  Inoltre, con riferimento specifico alle diossine, queste non sono mai state rinvenute durante tutti gli appositi campionamenti effettuati.
E’ utile chiarire che le nostre emissioni, dovute all’attività di recupero, erano monitorate in continuo e accessibili a tutti tramite il sito della Ex Provincia ora Città Metropolitana di Roma. Altro motivo per il quale, se vi fosse stato uno sforamento dai limiti di legge, questo sarebbe stato prontamente rilevato dagli enti deputati al controllo.  Così come sarebbe stata rilevata l’emissione di diossine: fatto mai registrato.
Per completezza di informazione, come anche riportato da numerosi utenti nei commenti all’articolo, l’azienda il 21 settembre u.s. ha annunciato a far data dal gennaio 2016 la chiusura ed il trasferimento delle attività di recupero e poi di raffinazione dei catalizzatori esausti presso lo stabilimento di Seneca, Sud Carolina (Usa). Peraltro anche la definizione usata di “inceneritore”, per quanto di appeal sull’opinione pubblica, è errata. Infatti il processo industriale di recupero che si è realizzato fino al dicembre 2015 non era un’attività di smaltimento, bensì un’attività di recupero a elevato valore ambientale, come sottolineato anche dai commenti in calce all’“articolo”. Tale procedimento, proprio per il suo elevato valore ambientale, è stato definito dalla Comunità Europea una BAT (Best Available Technologies), nonché inserito tra le Best Practices del settore.
Chiudiamo sottolineando che l’affermazione secondo la quale l’Asl avrebbe vietato qualsiasi tipo di insediamento abitativo nell’area limitrofa allo stabilimento, in quanto classificato come “industria insalubre di prima classe”, è corretta ma da meglio inquadrare chiarendo che lo stabilimento, costruito nel 1956, è preesistente di alcune decine d’anni alle case, molte di queste abusive e non abitate – ma mai abbattute – costruite a ridosso dello stabilimento e dai noi stessi oggetto di denuncia alle autorità competenti.

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