Due colpi di tacco, due colpi di testa, due colpi di chiappa, e Charlie Chaplin conquistò il mondo. La celebre sequenza di Adenoid Hynkel, dittatore di Tomania, con quel mappamondo rimpallato ed ondeggiante in volo, infine scoppiato tra le mani come un palloncino, potrà essere rivista l’11 gennaio 2016 quando nelle sale italiane uscirà Il Grande Dittatore in versione restaurata, integrale e in lingua originale (con sottotitoli in italiano): quanto di più vicino potè vederla lo stesso Chaplin il 15 ottobre del 1940 durante la prima proiezione del film in due sale di New York.

Il capolavoro chapliniano del 1940, pacifista e antimilitarista, primo film parlato del nostro, straordinaria sequenza di gag comiche riprese da ogni commediante del mondo (ricordiamo quella delle bomba a mano che finisce giù per la manica o l’acqua versata giù per la patta dei pantaloni) torna a nuova vita grazie alla Cineteca di Bologna che ne distribuisce in contemporanea un dvd racchiuso in un cofanetto davvero ricco di curiosità e materiali d’epoca a partire dai video in Super8 girati da Sydney Chaplin sul set che hanno una particolarità notevole: il colore. Risultano così marroncine e rosse le divise dell’esercito della Tomania, come blu i pantaloni di Hynkel. O ancora tutti a torso nudo i tecnici della produzione sul set dell’ultimo discorso di Hynkel/Chaplin visto il caldo di quasi 40 gradi tra gli esterni californiani, per non dire del ballo gioioso dei militari nella stessa sequenza che nelle versione finale verrà cancellato, o di Chaplin già in costume sospeso in aria sul sellino di una gru mentre dietro alla lente della macchina di presa sceglie la migliore inquadratura.

Il grande dittatore ha una lunga gestazione, che affonda le radici nel progetto, rimasto irrealizzato, di un film su Napoleone, e che, come raccontato da Serge Toubiana in uno degli extra del dvd nasce da un’idea del cineasta inglese Alexander Korda che suggerì a Chaplin di mescolare personaggi e maschera del dittatore/Hynkel/Hitler a quella del barbiere ebreo/Charlot che a pochi minuti dalla fine del film si sostituirà al tiranno. Trait d’union quei baffetti teneramente buffi del “trump” chapliniano accostati spesso verso la fine degli anni ‘20 a quelli del Fuhrer. “Mi ha rubato i baffetti”, ha sempre sostenuto Chaplin, nato peraltro il 16 aprile 1889, mentre Adolf Hitler vide la luce il 20 dello stesso mese e anno. La coincidenza anagrafica non poteva che palesarsi definitivamente a livello storico quando il primo ciak del film avvenne la mattina del 9 settembre 1939, otto giorni dopo lo scoppio del secondo conflitto mondiale. Chaplin, banalmente, non la mandò mai a dire al più sanguinario despota del mondo, perché Il Grande Dittatore è un affronto politico diretto del comico inglese, divenuto tra le star più popolari di Hollywood, come un gancio da pugile al mento del Fuhrer.

Grazie ai documenti raccolti nel tempo, e conservati dalla Cineteca di Bologna, si sa che lo script non si basò mai sull’improvvisazione come spesso accadeva sui set chapliniani, e che il discorso finale, quando il barbiere ebreo viene scambiato per Hynkel e arringa l’immensa folla, venne preparato da Chaplin in solitudine per lungo tempo, durante la lavorazione del film. “You the people have the power!”, dice senza enfasi e senza roteare occhi, mani e testa il timido barbiere dall’enorme palco; poi invita i militari a ribellarsi alle autorità dispotiche, chiede “a tutti di unirsi per un mondo migliore”.

Pensare che questo film ebbe vita facile perfino tra le cosiddette democrazie occidentali è pura utopia. Chaplin l’ “alieno”, come scrive nel booklet del dvd Cecilia Cenciarelli, è il comunista osservato speciale negli Stati Uniti fin dal 1922, anche nel mirino dell’alleato inglese che su Hitler e il nazismo per lungo tempo ebbe un rapporto non del tutto critico. Dalla stesura delle prime bozze de Il Grande dittatore alla sua uscita in sala, trascorsero due anni durante i quali mutarono gli assetti mondiali: il 12 novembre 1938, tre giorni dopo la famigerata Notte dei cristalli, Chaplin fece richiesta di depositare il titolo The Dictator alla Library of Congress. Un mese dopo, la stampa diffuse la voce che il progetto sarebbe stato accantonato per non peggiorare le sorti degli ebrei in Europa, notizia che rimbalzò anche nei primi mesi del 1939 e che Chaplin smentì puntualmente, dichiarando senza esitazione che né gli eventi storici, né le intimidazioni dei censori, le pressioni politiche del consolato britannico o del governo, sarebbero riusciti ad dissuaderlo.

In Italia il film si potè vedere per la prima volta soltanto nell’ottobre del 1944 a Roma (cinema Corso, Moderno e Splendore), Firenze, Napoli, Palermo, Catania, e Bari. Il Minculpop, infatti, emanò la disposizione di censura il 17 ottobre 1940: “ignorare la pellicola propagandistica dell’ebreo Chaplin”. A Liberazione avvenuta lo si vide anche nei grandi capoluoghi del Nord nel maggio 1945, ma non venne apprezzato granchè da critica e pubblico tanto che la Universal lo ritirò già ad inizio ’46. Ancora un’altra proiezione nel 1956 al Festival di Venezia nella stessa versione del ’44-’46 di 124 minuti. Poi nel Natale del 1960 ecco una nuova toccata e fuga: a Bologna, Milano, Roma e in altre quattro città. Solo che l’allora commissione di censura tra i vari tagli fece sparire le sequenze di Madame Napaloni, che altri non era che Donna Rachele, moglie di Mussolini, nel film Napaloni, all’epoca ancora viva, facendo durare Il Grande dittatore 116 minuti. Infine nel 1972 grazie al Leone d’Oro di Venezia dato a Chaplin, il film tornò in sala per 414 giorni, nella versione di 121 minuti, e incassò la ragguardevole cifra di 231 milioni e mezzo di lire. E visto che si fa tanto parlare di film di Natale, proprio il 23 dicembre del 1972 quando uscì ufficialmente a Milano stazionò tra i primi incassi delle feste che premiarono Trappola per un lupo di Claude Chabrol. Tempi moderni, ca va sans dire.