La sera del 6 aprile 1994 alle 20.30, il Falcon 50 del presidente Habyarimana, di ritorno da tesissimi negoziati in Tanzania, è abbattuto all’atterraggio a Kigali. È l’inizio dell’apocalisse annunciata dal colonnello Bagosora alla firma degli accordi di Arusha: gli squadroni della morte percorrono la città con liste di persone da eliminare: Tutsi, ma anche Hutu “moderati”, come il primo ministro Agathe Uwilingiyimana, uccisa poche ore dopo. Le milizie Hutu allestiscono barricate per impedire la fuga ai Tutsi, e usano le carte d’identità etniche create dai belgi per distinguere chi poteva vivere da chi doveva morire.

Il 9 aprile Bagosora costituisce un governo ad interim incaricato di eseguire il genocidio nell’insieme del paese. Nel discorso di Butare del 19 aprile, ritrasmesso da Radio Rwanda, il presidente ad interim Sindikubwabo ammonisce: “Faremo tutto per impedire che il nostro paese finisca tra le mani di coloro che odiano il Ruanda. Chi pensa: ‘tutto ciò non mi riguarda e mi fa paura’, che ci ceda il posto. Coloro che hanno l’incarico di sbarazzarci di lui che ce ne sbarazzino rapidamente. Ci sono altri ‘buoni lavoratori che vogliono lavorare’ per il loro paese”. Ogni ruandese è dunque chiamato a divenire vittima o assassino, e il genocidio ruandese si caratterizzerà proprio per la massiccia partecipazione popolare. Malgrado ciò, scrive Philippe Gourevitch, la piccola comunità musulmana “non fu attiva nel genocidio, avendo anche cercato di salvare dei Tutsi”.

Nel 2003 un gruppo di ricercatori ha realizzato lo studio “Resistance and Protection: Muslim Community Actions During the Rwandan Genocide” per analizzare le ragioni di un tale comportamento. Nel 1994, i musulmani erano il 2% della popolazione, una minoranza esclusa dall’educazione (affidata alle Chiese) e confinata in ghetti fin dai tempi coloniali. Già durante i massacri dei Tutsi del 1959, i musulmani furono percepiti come loro alleati; e alla fine del genocidio, nessun leader musulmano fu accusato di avervi partecipato. Nessuno tra coloro che cercarono rifugio nelle moschee fu ucciso con la complicità dei leader musulmani, a differenza dei molti che si rifugiarono nelle chiese o negli uffici statali e furono uccisi con la complicità o per ordine dei capi religiosi o dei pubblici ufficiali. Le persone uccise nelle moschee lo furono malgrado la resistenza dei musulmani e, in generale, coloro che si nascosero nelle loro aree sono sopravvissuti. Pochissimi musulmani in proporzione sono stati arrestati per avere partecipato al genocidio, anche se vi sono eccezioni, come quella del propagandista Hassan Ngeze, direttore della rivista Kangura e corrispondente della Rtlm, condannato a 35 anni di prigione dal Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda.

Come mai la comunità musulmana ha avuto un comportamento diverso da quello del resto dalla popolazione? Il ruolo delle autorità religiose è stato determinante: prima e durante il genocidio, esse si opposero alla propaganda della radio promuovendo la non-violenza, poiché il Corano insegna che “uccidere una persona equivale ad uccidere l’umanità intera”.

Ma perché i musulmani ruandesi obbedirono ai loro capi religiosi piuttosto che al governo? Un fattore determinante fu proprio la marginalizzazione sociale e politica di cui la comunità era stata vittima: le autorità musulmane non avevano legami con il potere genocida, e da oltre un secolo lo Stato aveva lasciato che fossero esse a gestire le loro comunità: fu così che la comunità di fede prevalse sulle distinzioni etniche.

Da allora la situazione è mutata: i musulmani sono cresciuti in numero, le politiche discriminatorie sono cessate ed essi sono presenti al governo ed in parlamento. I ricercatori si sono chiesti se l’atteggiamento di questa comunità potrà essere lo stesso in caso di nuovi conflitti, ora che vi sono nuovi interessi da difendere. Lo studio conclude: “La partecipazione dei musulmani alla vita pubblica ha cambiato il loro posizionamento rispetto a potenziali futuri conflitti. Non possiamo affermare che i musulmani svolgerebbero un ruolo preminente, ma sarebbe molto più difficile per loro rimanere distanti e positivi”.