Era stato chiaro sin dal giorno del suo giuramento. “Nel linguaggio corrente si è soliti tradurre il compito del capo dello Stato nel ruolo di un arbitro, del garante della Costituzione”. E l’arbitro “deve essere, e sarà, imparziale”. Una frase, quella pronunciata il 3 febbraio scorso davanti al Parlamento riunito in seduta comune, che anticipa e riassume il 2015 di Sergio Mattarella al Quirinale. “Il calmo”, addirittura “l’anti-eroe”, come lo aveva definito Giampaolo Pansa su Repubblica nel 1989, in questi primi dieci mesi ha parlato poco. Proprio come ogni direttore di gara che si rispetti. Mai una parola di troppo né una dichiarazione che potesse prestare il fianco alle strumentalizzazioni. Un fatto nuovo per la politica italiana dopo i nove anni al Colle di Giorgio Napolitano, uno abituato ad entrare a gamba tesa su qualsiasi questione. Anche dopo aver abdicato. Come quando ad aprile, ormai da presidente emerito, è tornato a difendere l’Italicum. Raccontano che Mattarella, che in quell’occasione gli era seduto accanto, non l’abbia presa benissimo. Ma in pubblico non ha detto nulla. Né a caldo né a freddo. Niente di niente. Ma di cosa ha parlato il presidente della Repubblica da quando è in carica? Di corruzione, mafia, giustizia. Ma anche di diritti umani, terrorismo, Corte costituzionale. Banche, economia. Ecco le sue principali dichiarazioni dall’insediamento ad oggi.

Banche. Costituzione alla mano, Mattarella non ha potuto esimersi dall’intervenire sul caso che ha coinvolto i 130 mila risparmiatori delle quattro banche (Etruria, Marche, CariFerrara e CariChieti) in dissesto ‘salvate’ dal decreto del governo del 22 novembre scorso. Non più tardi di dieci giorni fa, il capo dello Stato ha assicurato che “si stanno approntando interventi di possibile sostegno, valutando caso per caso, al fine di tutelare quanti sono stati indotti ad assumere rischi di cui non erano consapevoli”. Non solo. Perché Mattarella ha anche fatto capire che chi ha sbagliato pagherà. “Occorre un accertamento rigoroso e attento delle responsabilità – ha proseguito –. Sono di importanza primaria la trasparenza, la correttezza e l’etica”, anche se il sistema creditizio italiano si è dimostrato “più solido di altri”. Infine un attacco agli speculatori. “Il risparmio non è soltanto il frutto della fatica del lavoro e la base di sicurezza familiare: è anche una leva di finanziamento cruciale per l’economia reale – ha concluso –. In un contesto che sembra premiare soprattutto la speculazione finanziaria servono capitali pazienti per finanziare investimenti di lungo termine”.

Corruzione. L’ha definita come “un cancro”, addirittura “un furto di democrazia”. Certo che sconfiggerla e “spezzare le catene della complicità” è “possibile”. In che modo? “Dobbiamo porci obiettivi elevati sul piano della moralità pubblica e del senso civico”, ha spiegato Mattarella il 9 dicembre scorso durante la ‘Giornata mondiale contro la corruzione’ indetta dalle Nazioni Unite. Messaggio poi ribadito il 21 dicembre nel corso del tradizionale scambio di auguri di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni. Ma non è tutto. La corruzione “crea sfiducia, inquina le istituzioni, altera ogni principio di equità penalizza il sistema economico, allontana gli investitori e impedisce la valorizzazione dei talenti – ha proseguito il capo dello Stato –. L’opacità e il malfunzionamento degli apparati pubblici e di giustizia colpisce ancor di più i poveri e le persone deboli, crea discriminazioni, esclusioni, scarti, distrugge le opportunità di lavoro” e “le speranze dei giovani”.

Corte costituzionale. Il siderale ritardo con cui il Parlamento ha eletto i tre giudici della Consulta ha irritato non poco Mattarella. Che il 2 ottobre scorso ha richiamato le Camere a quello che ha definito un “doveroso e fondamentale adempimento, a tutela del buon funzionamento e del prestigio della Corte e a salvaguardia della responsabilità istituzionale”. Auspicando che con “la massima urgenza” i componenti di Montecitorio e Palazzo Madama provvedessero a trovare un accordo per superare l’impasse. Tutto inutile. Così, il 10 dicembre, il capo dello Stato ha rincarato la dose dalle colonne del Messaggero. “La mancanza di tre giudici incide molto sulla funzionalità della Corte Costituzionale e questo vuoto non può continuare”, ha scandito. Anche perché “la Costituzione prevede una composizione articolata ed equilibrata della Corte”. E “la mancanza di oltre la metà dei giudici di una componente (quella eletta dal Parlamento, ndr) altera l’equilibrio voluto dai Costituenti”, aggiungendo “un ulteriore aspetto di gravità allo stallo che si registra”. Stavolta il messaggio è stato recepito: sei giorni dopo, alla trentaduesima votazione, sono stati eletti Augusto Barbera, Franco Modugno e Giulio Prosperetti. Grazie all’accordo fra Pd e M5S.

Diritti umani. Quelli dei migranti (“è un errore storico ritardare la necessaria azione comunitaria in tema di accoglienza”). Ma non solo. Perché il presidente della Repubblica è intervenuto anche per riaffermare “il principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione e affermato nella Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea” contro ogni forma di omofobia e transfobia. “Rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della personalità umana”, ha affermato Mattarella il 17 maggio scorso durante la giornata internazionale contro l’omofobia, “è una responsabilità primaria, dalla quale discende la qualità del vivere civile e della stessa democrazia. Le discriminazioni, le violenze morali e fisiche – ha aggiunto – non sono solo una grave ferita ai singoli ma offendono la libertà di tutti, insidiano la coesione sociale, limitano la crescita civile”. L’obiettivo è “costruire una cultura che assuma l’inclusione come obiettivo sociale, che applichi il principio di eguaglianza alle minoranze, che contrasti l’omofobia e la transfobia perché la piena affermazione di ogni persona è una ricchezza inestimabile per l’intera comunità”.

Giustizia. È stato uno dei primi temi trattati dopo l’insediamento. Il 24 febbraio, a Scandicci (Firenze), dove ha sede la Scuola Superiore della Magistratura, Mattarella ha parlato di giustizia, “chiamata a definire ogni giorno l’equilibrio fra diritti e doveri applicando le regole dettate dalla legge”. Sottolineando che quello del magistrato è “un compito né di protagonista assoluto nel processo né di burocratico amministratore di giustizia”. Tradotto: basta protagonismi fra le toghe. Il 26 novembre scorso, in un messaggio inviato alla conferenza nazionale dell’Avvocatura che si è svolto a Torino, Mattarella ha invece spiegato che “le criticità del sistema giustizia incidono sulla capacità di crescita del Paese, sull’amministrazione delle risorse pubbliche e sull’attrattività di investimenti esteri”. Infine a dicembre, in una lettera spedita al leader radicale Marco Pannella, Mattarella ha parlato del cosiddetto ergastolo ostativo. Ricordando come la sua abolizione sia “al centro di un animato dibattito politico e giuridico ed è all’esame del Parlamento una norma di delega che mira a ridurre gli automatismi e le preclusioni che escludono i benefici penitenziari per i condannati all’ergastolo”.

Grazia. Stavolta non ci sono dichiarazioni ma atti. Il 23 dicembre, infatti, Mattarella ha firmato tre decreti di concessione di grazia (una delle prerogative costituzionali del capo dello Stato). Il primo nei confronti di Massimo Romani, condannato a 40 anni per droga in Thailandia (poi ridotti a 30 in Italia). Il secondo e il terzo nei confronti dei due americani Robert Seldon Lady e Betnie Medero, entrambi condannati per il sequestro dell’ex Imam di Milano Abu Omar. Nel 2003, all’epoca dei fatti, Seldon Lady (condannato a 9 anni) era a capo del centro della Cia di Milano, mentre Medero (condannata a 6 anni) era una delle agenti responsabili del sequestro. A novembre, Mattarella aveva concesso la grazia parziale (pena ridotta da 6 a due anni) ad Antonio Monella, l’imprenditore bergamasco che nel 2006 uccise un diciannovenne albanese che tentava di rubargli l’automobile.

Mafia. Si tratta, come noto, di un tema che ha toccato da vicino Sergio Mattarella (nel 1980 suo fratello Piersanti fu assassinato da Cosa nostra). Non è un caso quindi se in questi primi dieci mesi al Quirinale, l’ex giudice della Corte costituzionale ne ha parlato più volte. Il 6 agosto scorso, giorno nel quale è stato ricordato Ninni Cassarà, vice questore e braccio destro di Giovanni Falcone e del pool antimafia di Palermo ucciso nel 1985 da Cosa nostra, il capo dello Stato ha chiesto di “onorare nel modo più concreto la memoria dei tanti magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e singoli cittadini che hanno perso la vita per assicurare l’affermazione dei diritti e il rispetto delle regole”, impegnandosi “nel contrastare, rifiutare e denunciare ogni forma di infiltrazione e di ricatto criminale, di malaffare e di corruzione”. Il 28 settembre, inaugurando l’anno scolastico a Napoli, Mattarella è tornato sull’argomento. “La camorra e le mafie – ha affermato il presidente della Repubblica – possono essere sconfitte”. Anzi: “La camorra e le mafie saranno sconfitte” perché “non possiamo rinunciare a essere donne e uomini liberi”.

Riforme. Le ha lodate ad inizio novembre, quando è volato a Saigon e Giacarta. L’Italia è impegnata “in un profondo rinnovamento” e da tre anni a questa parte “sono state impostate ed approvate alcune riforme importanti finalizzate a rendere l’Italia più competitiva”, ha affermato Mattarella. Il quale è tornato a parlarne il 21 dicembre al Colle: “Non posso che augurarmi” che esse “giungano a compimento in questa legislatura” perché “il senso di incompiutezza rischierebbe di produrre ulteriori incertezze e conflitti, oltre ad alimentare sfiducia”. Per il capo dello Stato “le riforme non riguardano soltanto l’organizzazione costituzionale, ma dovranno anche imprimere una svolta rispetto all’uso improprio di strumenti e procedure”. Perché “il tema della qualità della legislazione si pone davanti a noi come un dovere inderogabile”. Senza dimenticare i riflessi che l’immobilismo provoca sull’economia reale: “Il 2015 si chiude con un segno positivo per il Pil e per l’occupazione – ha proseguito –. Certo, è ancora insufficiente per compiacerci della ripresa, sapendo che un gran numero di nostri concittadini cerca ancora lavoro”.

Terrorismo. Ad agosto lo ha apostrofato come “il germe della terza guerra mondiale”. Segno che il tema del terrorismo lo preoccupa non poco. Sergio Mattarella ne ha parlato in più di un’occasione. La prima il 28 marzo in un’intervista al quotidiano francese Le Figaro, nella quale ha invocato la necessità di un “patto di civiltà” per “contrastare le campagne d’odio e di indottrinamento” dei fondamentalisti islamici. L’ultima il 10 dicembre, un mese dopo gli attentati di Parigi nei quali hanno perso la vita 130 persone. “L’Italia è in prima linea contro l’Isis”, ha assicurato il presidente della Repubblica, che ha comunque escluso (almeno per ora) la possibilità di un intervento militare delle nostre forze armate in Siria e Iraq. “Non ne vedo le condizioni”, ha risposto Mattarella a esplicita domanda, ricordando comunque la necessità di “una piena collaborazione dei servizi di intelligence dei vari Paesi”.

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