“L’essenziale è invisibile agli occhi”. Sarebbe troppo facile, e troppo cattivo, sintetizzare Il Piccolo Principe, il nuovo attesissimo film di Mark Osborne che uscirà in Italia il 1 gennaio 2016, con una battuta ripresa dallo storico scambio tra la Volpe e lo stesso piccolo principe tratta dall’intramontabile romanzo di Saint-Exupery. Del resto il tentativo di visualizzare l’opera letteraria tradotta in oltre 250 lingue, celebre anelito all’amicizia e delicato ritorno al bambino che è in ogni adulto, non poteva che essere prima di tutto uno choc visivo.

Il Piccolo Principe, versione letteraria, infatti, non è solo testo e poesia, fabula e sogno, nate dalla parola scritta; ma ha paradossalmente già anche previsto l’inserto animato fin dal sua prima copia, quella originaria, vergata di proprio pugno da Antoine de Saint Exupery. Perché le illustrazioni dell’autore che hanno come soggetti i protagonisti del libro, dal ragazzino coi capelli color oro allo schizzo della volpe nella sua tana, ma soprattutto i personaggi dei diversi pianeti visitati, e ancora il boa, l’elefante, e la storica pecora (dentro la sua cassetta), sono già tracce identificative del mito, così come sono rimaste nella memoria visiva degli oltre 130 milioni di lettori che hanno acquistato il libro nel mondo dal 1943. Da questi fantasmi storici il regista di Kung Fu Panda doveva partire per costruire un discorso espressivo all’altezza della scrittura di una sorta di santuario letterario impossibile da trasferire in dialoghi data la sua incredibile purezza poetica.

Così se da un lato la classica animazione in computer grafica 3D supporta lo scheletro narrativo del film; quello con la bambina obbligata dalla madre a un futuro già predisposto nei particolari per farla diventare donna in carriera fino a quando incontra l’anziano pilota d’aereo che le disvelerà la storia del piccolo principe; dall’altro la stop motion viene in aiuto per rievocare le classiche pagine del romanzo per ragazzi che si aprono, letteralmente, di fronte al naso della bimba. Il Piccolo Principe rivive così ‘unidimensionalmente’, e con le tinte vintage un po’ sbiadite da carta scolorita, quasi per rimanere oggetto e soggetto del ricordo, àncora espressiva della memoria. Bisogna dare quindi atto a Osborne, e ai suoi due sceneggiatori – Irena Brignull e Bob Persichetti – di aver abilmente mimetizzato la piattezza di una storia del presente parecchio dilatata e chiacchierata, dallo humor e dai ritmi “pixariani”, in una devota e garbata anima a passo uno del racconto di Saint Exupery. Altro non si poteva fare. Se poi aggiungiamo che gli Icaro di turno negli ultimi 60 anni erano stati Stanley Donen, che aveva semplificato tutto ai minimi termini della decenza con l’apparizione in carne ed ossa di principino (Steve Warner), serpente (Gene Wilder) e aviatore (Richard Kiley), o ancora la dissennata incursione del frammento di un capitolo del libro (quello dell’attesa spiegata dalla volpe al piccolo principe) nella sceneggiatura di Enrico Brizzi per il film Jack Frusciante è uscito dal gruppo, recitata nientemeno che da Violante Placido, Il Piccolo Principe, distribuito nel nuovo anno da Lucky Red, non può essere che un moderato e gradito pollice all’insù senza stracciarsi le vesti.

I doppiatori italiani solitamente disastrosi qui, oltretutto, non sfigurano affatto. Al box office il film di Osborne, produzione franco-americana, ha raccolto 67 milioni di dollari, a fronte di 77 di budget, a cui mancano però ancora le uscite italiana, britannica e statunitense.