san marino 675

Nel veder scappare tutti da una sempre più agonizzante Italia, mi domando come mai continuo a rimanere in una Nazione che non vuole avere prospettive e assiste inebetita alla giaculatoria di promesse e illusioni propinate ad ogni piè sospinto.

Fatto un rapido esame di coscienza, mi trovo a dover tristemente constatare di essere pigro.

E così, almeno per esercizio accademico, provo a scrutare l’orizzonte per vedere dove potrei volgere la prua. Un minimo di “mestiere” non mi manca, parlo inglese, ho studiato francese e spagnolo anche se con risultati non soddisfacenti, ho spirito di adattamento: ruoto lentamente il mappamondo come un bimbo che sogna di fare l’esploratore, quando – scartate progressivamente le mete più lontane e disagevoli – mi accorgo che il mio possibile obiettivo è più vicino di quanto non potessi immaginare.

L’Eldorado potrebbe trovarsi a breve distanza da dove risiedo. Ed è terra in cui si potrebbero fare un mucchio di cose interessanti, magari creando quel modello di produttività e di business che non sono riuscito a realizzare nella mia breve esperienza manageriale in un colosso nazionale delle telecomunicazioni che è specchio del Paese da cui tanti cercano di uscire.

La piccola realtà di San Marino mi si profila come un incredibile laboratorio a cielo aperto in cui sperimentare, creare, avverare. Piccino fin che si vuole, è Stato indipendente che – a guardarlo da fuori – potrebbe rapidamente smarcarsi dalle etichette di “comune quasi-italiano” e di “paradiso fiscale”.

La serenissima repubblica ha una sovranità che altre realtà consorelle – analoghe per estensione o popolazione – hanno saputo mettere meglio a frutto e gode di una posizione geografica strategica: questi due elementari fattori potrebbero costituire ragione di “appetibilità” per far evolvere un’area finora interessante per l’elusione tributaria in un polo di attrazione per investimenti soprattutto nel settore hi-tech.

San Marino potrebbe facilmente dotarsi di regole moderne e di un apparato normativo snello, veloce ed efficace, e diventare “compliant”, ossia conforme alle discipline comunitarie europee così da aprirsi al mercato globale. Un mutamento dell’assetto legislativo potrebbe aprire un significativo varco per la trasformazione dei 61 kmq di territorio ambito da cacciatori di francobolli, numismatici e turisti “mordi e fuggi” in una vera e propria Silicon Valley. La lentezza del processo normativo tricolore andrebbe a garantire la catalizzazione anche degli investitori italiani stufi di sentir (solo) parlare di banda ultralarga, di innovazione delle infrastrutture tecnologiche, di data center, di servizi evoluti.

Vincessi mai un concorso sul tipo del “King for a day”, mi piacerebbe svegliarmi dalle parti del Monte Titano e utilizzare le ventiquattr’ore di comando assoluto per suggerire una svolta epocale. A San Marino c’è davvero tanto da fare e proprio la dimensione miniaturizzata di quello Stato sarebbe in grado di assicurare una riuscita spettacolare.

Anche lì sono stati spesi denari pubblici senza ritegno e sono balenate inconcludenti iniziative per la generazione di un tessuto connettivo in fibra ottica che mai ha raggiunto l’obiettivo nonostante scavi e trincee abbiano tormentato le strade della piccola Repubblica.

In una visione antropomorfica della nostra penisola, San Marino potrebbe ben assolvere il ruolo di cuore del sistema nervoso. Il suo Centro Universitario – opportunamente rivisitato e potenziato – non avrebbe difficoltà a divenire una sorta di MIT dietro l’angolo. Il minuscolo territorio dovrebbe trasformarsi nell’habitat dei “data center” (i grandi centri per la gestione dei dati) allineati ai più robusti standard di sicurezza, così da offrire alla clientela pubblica e privata le massime garanzie di tutela e riservatezza, nonché di continuità di esercizio anche in caso di situazioni critiche. Le opportunità non finirebbero di essere elencate.

Ma allora perché non succede nulla?

La politica addebita il mancato perseguimento di auspicabili traguardi alla eccessiva litigiosità tra concessionari dei servizi telefonici, mentre questi ultimi additano i politici di parzialità e di scarso interesse alla libera concorrenza. Niente di nuovo sotto il sole. Ma – alla maniera di Frankenstein Junior – viene da scandire quell’urlato “Si può fare!”

L’orizzonte non è così fantasioso. Ne sono certo. Non si spiegherebbe altrimenti l’interesse di un imprenditore navigato come Simon Murray, approdato alla presidenza di uno dei gestori di comunicazione mobile sammarinese dopo essere stato il numero uno del Gruppo Hutchinson Whampoa (quello che in Italia è presente sul mercato con il marchio 3), fondatore dell’operatore telefonico francese Orange ed ex CdA della multinazionale Vodafone.

Se Murray in una delle sue tante avventurose vite ha calzato il “kepy blanc” come sergente maggiore dei legionari, forse a me è venuta voglia di arruolarmi nella …”Regione” Straniera!

@Umberto_Rapetto