Un cronista non ruba, né ricetta, né commette peculato, né si appropria illecitamente di nulla, se fa il suo mestiere correttamente e lo fa nell’interesse generale dando all’opinione pubblica notizie di rilevanza sociale. Quando, come accade ora nel caso di Francesco Viviano di Repubblica, un giornalista viene condannato per una di queste ragioni da un tribunale (a un anno di carcere!), il Paese nel quale ciò accade deve riflettere bene sulla “notizia dentro la notizia” e sul suo livello di democrazia.

Nel marzo 2010 Viviano ha pubblicato – per “dovere di ufficio” – documenti sulla vicenda Rai-Agcom, documenti che provavano l’intervento e le pressioni della presidenza del Consiglio (epoca Berlusconi) sull’Ente pubblico radiotelevisivo e l’Autorità per le comunicazioni con l’obiettivo di far chiudere la trasmissione “nemica” Anno zero, condotta da Michele Santoro. Il valore “minaccioso” di questa condanna a Viviano non riguarda solo il singolo giornalista e il suo giornale, ma tutti i cittadini di una repubblica civile e democratica. Cosa avrebbe dovuto fare, il collega Viviano, se non pubblicare?

L’articolo 351 del codice penale dice questo: “Chiunque sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora corpi di reato, atti, documenti, ovvero un’altra cosa mobile particolarmente custodita in un pubblico ufficio, o presso un pubblico ufficiale o un impiegato che presti un pubblico servizio, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione da uno a cinque anni”. Qui il “delitto” è – per paradosso – di aver pubblicato una notizia e per di più una notizia “rilevante”: cioè la censura e la soppressione di un organo della libera stampa sollecitate direttamente dal potere esecutivo.

Se parliamo di democrazia in una società, non c’è fatto meno grave e che riguarda i diritti di tutti. Tra i primi quello dei cittadini di sapere e di essere correttamente informati sui comportamenti degli organi pubblici (governo, Rai e Autorità di garanzia, in questo caso). Pubblicando quei documenti, Viviano ha fatto il suo dovere e preservato il diritto di una trasmissione tv di raccontare liberamente – secondo Costituzione – vicende di interesse pubblico.

E infatti Viviano, cronista palermitano di lungo corso e di grande esperienza, nega di avere “sottratto” i documenti, rivendica – giustamente – il suo dovere di pubblicare quelle notizie e insieme al suo giornale parla – giustamente – di una sentenza “intimidatoria”. Colpire e “imbavagliare” un cronista libero, per avvertire tutti i cronisti che vogliano fare bene, cioè liberamente, questo mestiere di dare notizie.

E’ accaduto spesso in Italia. Una delle prime volte accadde a Palermo, sul finire degli anni Ottanta e questa vicenda della sentenza di Trani contro il collega Francesco Viviano mi ha fatto ricordare quel precedente, il primo nel suo genere nel nostro Paese. Era il 16 marzo 1988, a Palermo si uccidevano magistrati, giornalisti, politici e poliziotti, dopo il maxiprocesso il giudice Falcone era stato messo da parte a sbrigare piccoli processi per scippi e non era stato nominato giudice istruttore, Borsellino faceva il procuratore a Marsala e il tribunale di Palermo era in piena “restaurazione”.

Vittime di una interpretazione “evolutiva” e “creativa” della procura siciliana furono i colleghi Attilio Bolzoni (Repubblica) e Saverio Lodato (l’Unità), due bravissimi colleghi, che furono arrestati e restarono in cella a Termini Imerese per una settimana. Pesantissime, e senza precedenti, le accuse: non solo la “semplice” violazione del segreto istruttorio, ma anche il peculato e, in una prima fase la ricettazione. Secondo il procuratore capo dell’epoca Curti Giardina, la pubblicazione da parte dei due giornalisti di ampi stralci testuali di documenti coperti dal segreto istruttorio “fa ritenere che copie integrali di questi documenti siano in loro possesso”. Da qui, l’accusa di “aver distratto in concorso con pubblici ufficiali rimasti ignoti un bene dello Stato rappresentato dai verbali degli interrogatori del pentito Antonino Calderone. Si trattava delle rivelazioni sui presunti rapporti tra mafia e politica che avevano chiamato in causa il ministro degli Affari regionali dell’epoca, il repubblicano Aristide Gunnella.

Un altro uomo pubblico che sollecita e ottiene la punizione di autori di cronache oneste, rilevanti e non false date all’opinione pubblica. Una notizia non rubata ma cercata con pazienza, verificata, lavorata e messa in pagina. Furto? Ricettazione? Peculato? No, articolo 21 della Costituzione. E basta.