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Alla 32° votazione il Parlamento partorisce finalmente i tre giudici costituzionali che la nostra Costituzione reclamava da circa 17 mesi.

Il Pd, avvinto per settimane al candidato irrinunciabile di Forza Italia e soprattutto insostituibile per B. , che pure non è riuscito imporlo al suo partito in consunzione, ha colto in extremis anche per il pressing di Mattarella e per lo stress da Banca Etruria la disponibilità del M5S.

Ma a dare probabilmente l’ultimo input allo sblocco è stato lo scontro innescato da Brunetta con Matteo Renzi il quale ha ritenuto opportuno e consigliabile dare seppur tardivamente e in un momento particolarmente critico per “il giglio magico” l’immagine di responsabilità istituzionale tanto auspicata dalle alte cariche.

All’indomani della votazione risolutiva che ha portato alla Consulta Augusto Barbera (candidato del Pd), Giulio Prosperetti  (giuslavorista di area centrista) e il costituzionalista Franco Modugno (il nome più votato e sostenuto con determinazione dal M5S) Renzi ha ha parlato di “un accordo istituzionale” che ha consentito l’elezione di “tre persone di grande livello” ma ha rinnovato “la disponibilità” del Pd a ritornare a dialogare con Forza Italia.

Al di là della valutazione sulla qualità complessiva dei nomi usciti dalla votazione “decisiva”, incomparabilmente migliore delle precedenti terne che includevano Paolo Sisto, l’avvocato- scudo-umano di B., e il candidato centrista Pitruzzella, già aiuto di Cuffaro e straordinario accumulatore di cariche, la domanda ingenua che rimane senza risposta è perché il Pd non abbia considerato da subito come interlocutore istituzionale il M5S piuttosto che Forza Italia.

L’obiezione scontata è che il M5S aveva posto un “veto irricevibile” su Barbera definito con un’enfasi un po’ eccessiva da Danilo Toninelli come un candidato in grado di mettere tutta la Consulta nelle mani di Renzi;  anche se si dimentica che lo stesso M5S aveva dato disponibilità su nomi di area Pd  purché venissero rispettati i criteri di indipendenza, autorevolezza, trasparenza.

E se le perplessità sull’imparzialità del “saggio”, fan delle riforme renziane, Augusto Barbera rimangono inalterate e, per quanto mi riguarda, anche sullo zelo profuso riguardo le chances di Pizzetti-junior per l’Università Europea, gli strali contro “il bieco inciucio in salsa costituzionale” partiti non soltanto da Renato Brunetta e nazareni più o meno pentiti mi sembrano spuntati e un po’ squalificanti per chi li lancia.

“Il patto del Nazareno in salsa grillina”, coniato con un certo sprezzo del ridicolo e una buona dose di autoironia involontaria da Renato Brunetta, che incarna alla perfezione la bruciante frustrazione di Forza Italia, ha trovato un’adesione trasversale che va da Sel a SI, da Franco Becchi a Vauro, dalla Lega di Salvini fino ai Conservatori e Riformisti di Raffaele Fitto.

E ovviamente il nucleo centrale del nuovo Nazareno-contro-natura, che includerebbe anche il preventivato rafforzamento  dell’esecutivo implicito nell’esito fallimentare della mozione di sfiducia individuale alla Boschi, sarebbe costituito dall’adesione incondizionata del M5S all’Italicum e alla riforma del Senato. Se poi si entra nel “merito” dell’imputazione di lottizzazione e tradimento dei valori da parte del Movimento fondato da Grillo, che fino al giorno prima del voto sulla Consulta era accusato, con mirabile coerenza sempre dagli stessi di eversione, disfattismo, becero populismo, appiattimento ai bassi istinti della rete e molto altro ancora, non rimane che ridere o piangere a seconda dell’umore.