Turchia, urne aperte per le elezioni politiche

La Turchia punta dritta a incrementare i negoziati di adesione all’Unione Europea, perché intende completare il processo nel più breve tempo possibile. Lo ha detto a Sofia il primo ministro turco Ahmet Davutoglu in occasione di una conferenza stampa congiunta con il collega bulgaro.
Solo 24 ore prima, però, dopo il via libera a un accordo per una collaborazione turca che miri a fermare gli arrivi dei rifugiati in Europa, i “28” avevano aperto ufficialmente il Capitolo 17 relativo proprio alla posizione di Ankara, su cui esistono seri dubbi alla voce libertà individuali, libertà di stampa e diritti dei cittadini. Un “do ut des” che non fa bene all’europeismo puro e pulito teorizzato da Spinelli, Adenauer e De Gasperi, per intenderci.

Sono ancora negli occhi di tutti le immagini degli arresti per le strade di Istanbul dei giornalisti scomodi, a cui la polizia di Erdogan ha messo le manette senza poi tanta indignazione da parte dell’intellighenzia occidentale. Il tutto a completare un panorama che, dal sangue di Gezi Park in poi, ha visto una fase troppo collaborativa proprio da parte di Bruxelles: negli ultimi due anni il “sultano” Erdogan ha attraversato prima un grosso scandalo che ha coinvolto l’80% dei ministri del suo esecutivo, sostituiti senza un passaggio parlamentare, con anche suo figlio coinvolto in prima persona con una Ong.

Poi è stato il dossier Isis a frapporsi tra Turchia e alleanza anti-terrorismo: non va sottaciuto che la Turchia ha come unico obiettivo la profondità strategica messa nero su bianco nelle pagine di “Profondità strategica. La posizione internazionale della Turchia”, scritto dall’allora accademico Ahmet Davutoglu. Un elemento che si somma al ruolo ancora oggi ambiguo giocato da Ankara sul conflitto all’Isis, sino allo scorso anno tiepido e ricco di contraddizioni sull’approviggionamento di armi da parte dei miliziani del Califfato.

Lo stesso Davutoglu si è anche compiaciuto del fatto che le relazioni tra la Turchia e l’Ue hanno fatto molta strada da quando il recente vertice turco ha aperto “un nuovo capitolo”. Il primo ministro dimentica, però, una serie di valutazioni legate al ruolo geopolitico di Ankara e ai suoi atteggiamenti nei confronti di altri Stati membri. Il caso di Cipro è lì irrisolto dal 1974, con 50 mila militari turchi che hanno, da allora, occupato la Katekomena, la parte settentrionale dell’isola. E radendo al suolo tutti i luoghi di culto non musulmani, come i cimiteri maroniti, le chiese cattoliche, ebraiche e trasformando chiese e monasteri in resort a cinque stelle, bordelli, stalle che io stesso ho visitato assieme al professor Charalampos Chotzakoglu, docente di archeologia che ne ha dato conto nel volume fotografico Monumenti religiosi nella parte di Cipro occupata dalla Turchia: fatti e testimonianze di una continua distruzione. Con ancora il silenzio delle istituzioni internazionali.

In più c’è la partita sul gas, in cui Ankara pretende di dettare legge proprio nelle acque di Cipro pur non avendo alcun appiglio legislativo, mentre Nicosia ha da tempo raggiunto un accordo (legale) di collaborazione con Tel Aviv.
Infine la crisi con la Russia, a dimostrare una scarsa capacità di gestione di quella grande partita che prende il nome di scacchiere mediorientale, mentre Ankara non risponde a chi chiede conto dei quotidiani sconfinamenti aerei degli F16 turchi nei cieli greci sopra l’Egeo. La Turchia (ri)guarda per convenienza all’Ue, ma Bruxelles sbaglia di nuovo le lenti.

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