Sergio Orsi è stato un imprenditore colluso con il clan dei Casalesi, che nel 2008 gli ha ucciso il fratello Michele: gli Orsi erano inseriti in un patto per la spartizione politico-camorristica del business dei rifiuti e delle società miste, ora Sergio è un collaboratore di giustizia. Lorenzo Diana è stato un senatore Pds e una icona dell’antimafia nel casertano, prima di cadere in disgrazia per l’inchiesta sulla metanizzazione Cpl dell’agro aversano che lo vede indagato per concorso esterno in associazione camorristica. Le loro storie si sarebbero incrociate pericolosamente in anni insospettabili. Lo dice Orsi, agli arresti domiciliari per un’altra inchiesta sui rifiuti e sulle collusioni con politici del Pd nella gestione del comune di Orta d’Atella, in un verbale del 23 novembre scorso. L’imprenditore afferma di aver consegnato a Diana tramite un intermediario 25mila euro in contanti in cambio di “una copertura istituzionale” che gli assicurare di risolvere i problemi sul versante delle certificazioni prefettizie e delle inchieste giudiziarie, perché “Diana era il soggetto politico di riferimento sul fronte antimafia”.

Le dichiarazioni, con molti omissis, sono state depositate dalla Dda di Napoli – procuratore aggiunto Borrelli, sostituti Maresca, Landolfi e Giordano – per rafforzare la tesi delle collusioni camorristiche di Diana, recentemente raggiunto da un avviso di conclusione delle indagini. Orsi ha affermato che i suoi rapporti con l’ex senatore si intensificarono nel 2004-2005 (tra i due vi sarebbe stato un “rapporto di vera e propria collaborazione”), che Diana gli chiese di impegnarsi per fare un po’ di tessere per il Pd e di  “nominare suoi uomini nel consiglio di amministrazione” della azienda di Orsi. L’imprenditore ha detto di aver dato 25mila euro in una busta a un intermediario che li avrebbe consegnati a Diana per “spese elettorali e di rappresentanza”. Dichiarazioni che vanno soppesate con attenzione, sulle quali i pm cercano riscontri. Sergio Orsi avrebbe elargito quel denaro in cambio di coperture con l’Antimafia e la Procura di Napoli. In un colloquio gli “rappresentò problemi per le certificazioni antimafia”. Diana, secondo la ricostruzione dell’imprenditore, avrebbe risposto” ‘me la vedo io’, battendosi il petto”.