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A volte mi sembra di dover giocare con una sfera di cristallo per tentare di leggere il futuro. Un futuro che, quando si parla di disabilità, è sempre molto incerto. Verso la fine di ottobre le prime vocine timide arrivano alle mie orecchie: “E’ vero che a fine dicembre scadono i bandi per l’assistenza specialistica e non si sa che fine faranno gli alunni perché non ci sono le deleghe alla città metropolitana da parte della Regione Lazio?”.

Cerco di chiarire: gli assistenti specialistici alle scuole superiori non sono insegnanti. Sono operatori dipendenti a vario (oscuro e malpagato) titolo di consorzi, cooperative e società del terzo settore. Detti operatori assistono gli alunni disabili con funzione ponte per facilitare le attività didattiche e relazionali all’interno della scuola. Nel concreto sono gli angeli custodi degli alunni con disabilità, specialmente se con bisogni educativi speciali di media e grave entità su diverse aree. Tra assistenti e alunni si crea una relazione essenziale. Si conoscono e quindi riescono a mediare le mille criticità che si verificano durante la quotidianità scolastica. Sono lavoratori ad ore, spesso malpagati. Ma tant’è.

Per gli alunni disabili andare a scuola senza di loro è impossibile. Se non ci sono loro, gli alunni rimangono a casa. E seppure noi famiglie siamo state abituate a subire la discriminazione pressante e continua per gli infiniti e svariati problemi che accompagnano il percorso scolastico, ci siamo mossi. Abbiamo scritto alla Provincia di Roma, ora città metropolitana, che conferma l’oblio. Abbiamo raccolto firme, sparso la voce, raccolto adesioni da altre scuole superiori e abbiamo scritto. Attendiamo la risposta. Non una risposta. Pretendiamo la risposta positiva. Pretendiamo che dopo l’inizio scolastico in molti casi tardivo, immediatamente seguito da 10 -15 giorni di occupazione, poi dalle prossime vacanze natalizie, si decidano finalmente a gennaio, e cioè a metà anno, a rendere operativo l’impolverato diritto allo studio a favore di chi più di ogni altro ha bisogno di frequentare con costanza per ottenere un risultato.

Capisco la facilità di rispondere che noi genitori di figli disabili cerchiamo il parcheggio. Chi afferma questa idiozia non sa niente di disabilità. Vede una diversità e sputa la sentenza. Rispetto. Rispetto anche la banale arida e insulsa sentenza. In realtà avremmo i centri diurni, in realtà avremmo altre possibilità. Il problema è molto diverso: se un ragazzo che agli occhi dei più non sa esprimersi in un modo comprensibile a tutti non vuol dire che non abbia voglia di studiare.

Ma qui si va ancora indietro. Quanti credono nelle capacità didattiche degli studenti? Quali sono le capacità didattiche? E quali sono le funzioni che la scuola deve assolvere? Di tutto questo possiamo parlarne anche a lungo. Esiste però un particolare: la norma di riferimento a oggi detta regole precise. Tra queste impone l’assistenza specialistica. Garantisce la qualità, la continuità, la competenza delle figure dedicate.

Attendiamo che la Regione Lazio si muova immediatamente, perché lasciare le scuole superiori in questo oblio è già di per sé un danno inflitto agli alunni e alle famiglie che come ogni mese devono armarsi e condurre la loro battaglia quotidiana. Auspico una pronta risposta, perché se lo Stato per primo dimostra di non credere nella norma che emana deve allora assumersi la responsabilità di tutte le conseguenze.
Ma come si fa a lasciare migliaia di persone senza le certezze più banali? Qualcuno si pone il problema che tutti questi lavoratori hanno una famiglia? Non c’è il danno solo a discapito di alunni e famiglie. Si sta mettendo in discussione anche il rapporto di lavoro di tanti addetti.
Forse alla Regione è sfuggito anche questo.