Strage California, veglia in omaggio di vittime San Bernardino

Dar al-Islam (La terra dell’Islam) è la rivista dello Stato Islamico in francese diffusa via Twitter. Il suo ultimo numero, quello del trenta novembre scorso, è dedicato ai professori di qualsiasi ordine, soprattutto francesi, il cui compito è quello di trasmettere i valori della laicità e quelli repubblicani. Ad essi rivolgono le attenzioni dell’Isis e ad essi vengono inviati espliciti messaggi di morte. “E’ chiaro, – si può leggere in questo numero della rivista- che i funzionari dell’educazione nazionale che insegnano la laicità e quelli dei servizi sociali che sottraggono i bambini musulmani alle loro famiglie naturali, sono in guerra aperta contro la famiglia musulmana… Dunque abbiamo l’obbligo di combattere questi funzionari e di ucciderli con ogni mezzo perche nemici di Allah”.

Dopo aver fatto l’elogio dei terroristi degli attentati del 13 novembre e aver espresso la speranza che Allah li possa accettare in paradiso, la rivista esplicita la speranza che altri terroristi martiri possano seguire questo esempio uccidendo un miscredente francese, americano o di altra nazionalità come contropartita ai bombardamenti in atto contro il Califfato. Qui il messaggio si fa volutamente generale perché per diffondere il panico non occorrono solo le azioni di grande impatto mediatico, ma singole azioni, compiute magari dal vicino di casa o da quello che in metropolitana ti siede accanto armato di un solo coltello.

Gli esempi di questi giorni di Londra, Parigi, sono lì a testimoniarlo. Si tende a costruire, mediante il richiamo al dovere di un musulmano, un corto circuito tra la follia che alberga negli esseri umani e questi messaggi. L’azione che anche un singolo può intraprendere trova giustificazione in questa ideologia di morte. I terroristi solitari, forse si rendono conto che la loro azione non potrà cambiare il rapporto di forza esistente, ma sanno inconsciamente che quel loro atto ubbidisce al comando che viene dato da una autorità morale e politica che si trova altrove e che sta combattendo una battaglia anche per loro.

Lo scopo dichiarato è seminare la paura, diffondere l’incertezza, il dubbio: costruire una atmosfera destabilizzante. In questo quadro si collocano una varietà di frustrazioni che i singoli vivono e il richiamo alle parole d’ordine dell’Isis hanno il potere di qualificare l’atto come terrorista. Questi cani sciolti si sentono in guerra con la società nella quale essi vivono sia che essi siano nativi sia che abbiano acquisito la nazionalità. Tasfeen Malik moglie di Syed Farook che hanno compiuto la strage di San Bernardino, anche loro erano in guerra con la società che li aveva accolti. Si erano preparati a questa guerra, avevano acquistato armi e munizioni ed erano pronti. Forse è bastata una scintilla, difficile allo stato attuale capire quale, per far scattare la follia omicida.

Probabilmente essa covava da tempo e si nutriva delle contraddizioni di quella società percorsa da comportamenti, secondo questi assassini, poco virtuosi. Posso immaginare i ragionamenti tra marito e moglie sulle brutture di quella società, sulla miscredenza che caratterizzava la vita delle famiglie, sulla espulsione di qualsiasi riferimento a un Dio. La pulsione era arrivata ad un punto di non ritorno tanto da lasciare una figlia di pochi mesi alla cura della madre di Farook e dare un senso alla loro vita procurando la morte al maggior numero di “miscredenti”. Il riferimento all’Isis è secondario, ma non per questo meno importante.

Esso indica che si sta formando una specie di cintura protettiva che fa appello a tutti i musulmani ricordando anzitutto il loro dovere di essere pronti per il jihad, inoltre, nelle diverse pubblicazioni dell’Isis, si insiste sul fatto che musulmani vivono in una società governata da leggi umane e non divine come quelle in vigore nel califfato retto dalla sharia e che i valori, i comportamenti in questa società sono ispirati dalla miscredenza.

Quindi non più soltanto un appello ai musulmani di essere degni della loro religione in terra straniera, onorando i precetti dell’Islam, ma un appello a fare una guerra psicologica usando anzitutto la paura, la confusione, facendosi attraverso singole azioni portatori di instabilità sociale. Oggi che inizia il Giubileo si può capire l’ansia della gente comune e delle autorità perché tutto scorra secondo quanto è stato previsto. Ma dopo i fatti di Parigi dobbiamo constatare la reazione positiva dell’opinione pubblica che non si è lasciata intimorire dai feroci attentati. Di fronte a questo quadro, alle novità che esso presenta, credo che gli stati usino strumenti vecchi per far fronte a tutto ciò: la guerra. Ne tanto meno, è sufficiente, per quanto indispensabile, l’uso dell’intelligence.

Occorre stringere un patto strategico con quella parte del mondo musulmano, la stragrande maggioranza, che condanna questa ideologia di morte.