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“Quello che scrivi serve anche a me per entrare definitivamente dentro l’atmosfera di Repubblica.” Sono le parole dette da Calabresi a Scalfari per convincerlo – dopo i giorni dell’ira – a continuare a scrivere, ogni domenica, sul giornale che con Carlo Caracciolo fondò nel 1976. Bene. Eugenio Scalfari lo prenderà alla lettera – ha già cominciato (6-12-2015) – per fargli “sentire” che l’atmosfera/l’anima di Repubblica è impregnata di queste idee: libertà, eguaglianza, giustizia, democrazia, divisione dei poteri… ovvero: a) lotta al malaffare e alla corruzione; b) denuncia della partitocrazia e dei patti occulti col Caimano; c) difesa della magistratura; d) sacro rispetto della Costituzione; e) giustizia sociale: attenzione ai giovani; al lavoro; alla salute; ai diritti sindacali; ai problemi degli ultimi.

Repubblica non ha interessi da tutelare, tranne un’idea di Paese in cui vengano garantiti i diritti conquistati. Questo s’attendono i lettori aprendo le sue pagine; se trovano altro e gli articoli trasudano melassa filogovernativa, se il giornale non morde, perché comprarlo? Un giornale conservatore, espressione della borghesia lombarda, moderatamente critico e sostanzialmente allineato al potere, c’è già: il Corriere della Sera è inarrivabile in questo ruolo che implica – tra l’altro – una forte dose di cerchiobottismo.

 Repubblica è un’altra cosa. Nasce con un imprinting diverso. Scalfari ha ricordato la linea del giornale “che ebbe fin dall’inizio una sorta di Dna”: i nomi vanno da Gobetti a Bobbio, da “Giustizia e Libertà” e il Partito d’Azione a Berlinguer. Per intenderci: è impensabile vederla schierata, oggi, al servizio di Renzi, nel referendum sulla “riforma-rottamazione” della Costituzione. A meno che non la si voglia trasformare in qualcosa di diverso da ciò che è stata. Tradimento delle origini. Non sarebbe la prima volta nella storia del giornalismo italiano: qualcuno può smentire che il Giornale di Montanelli trova la piena negazione nel Giornale di Sallusti? Antonio Padellaro ha indicato il pericolo: “la Repubblica del Corriere”: è quel che rischia di diventare il quotidiano di Largo Fochetti se Scalfari non lo riporta ai principi fondanti mostrandone – domenica dopo domenica (ha già cominciato) – l’anima al neo direttore. Non si tratta di dettare la linea, ma di tenere bene in vista un’idea di giornalismo, non prono al potere, e una certa idea di Paese.

Ci attendono grandi battaglie civili nei mesi a venire: i giornali liberi devono organizzare – è il loro compito – campagne d’informazione (e denuncia) su temi decisivi. Il Fatto Quotidiano ha posizioni chiare, da tempo; se Repubblica non ha, su tutto, le idee di Renzi (se non diverrà megafono del premier) l’incontro tra i due giornali sarà inevitabile. Sui fatti. E i principi.

Insomma: il rispetto per le procedure e le regole della democrazia; l’opposizione all’uomo solo al comando che vuole (anche) la Consulta a sua immagine e somiglianza; la difesa della Carta e della divisione dei poteri; la battaglia per la legalità e il diritto al lavoro… sono argomenti su cui è possibile condurre campagne giornalistiche comuni.

Un appiattimento del Fondatore sul renzismo di Calabresi è impensabile. Se avvenisse sarebbe la fine di Repubblica, come l’abbiamo conosciuta, e il declino malinconico di Scalfari. Sento che non accadrà. “Continuerò a scrivere ogni domenica senza rinunciare alle mie idee” – mi ha detto venerdì (4-12-2015) in una conversazione telefonica –

“Renzi non mi piace, l’ho scritto e continuerò a scriverlo.”

“Rischi di scontrarti col nuovo direttore, ha idee opposte alle tue.”

“Ha detto che mi leggerà per entrare definitivamente nell’atmosfera di Repubblica.”

“Che significa?”

“Le parole hanno un senso.”

Non ha aggiunto altro il Fondatore e non ho chiesto di più su questo tema. Abbiamo parlato di libri, della traduzione di alcuni suoi testi in Francia, della fortuna editoriale di Umberto Eco. E di altro ancora. Ma è a Calabresi – “deve entrare nell’atmosfera di Repubblica” – che continuo a pensare. Atmosfera è termine particolare: può essere un’idea su cui incontrarsi o un concetto sul quale rompere. Scalfari: ovvero, l’arte della mediazione. Riesce a tenere insieme Gramsci e i Papi. Ma fino a che punto, stavolta – con un direttore “non sgradito” al Caimano – mediare sarà davvero possibile?