L’Istituto nazionale giornalisti italiani (Inpgi) dà il via alla dismissione del patrimonio immobiliare. Il consiglio di amministrazione dell’ente previdenziale ha spiegato in una nota che la cessione del mattone costituisce una necessità per “fronteggiare i costi dello squilibrio tra entrate e uscite, puntualmente evidenziato in tutti i bilanci e le comunicazioni resi pubblici negli anni, attraverso parte del patrimonio accantonato che oggi ammonta a circa due miliardi di euro”. Il cda presieduto da Andrea Camporese, sul quale pende una richiesta di rinvio a giudizio per truffa e corruzione nell’ambito delle indagini sul crac Sopaf, ha poi aggiunto che “la necessità di copertura delle passività diminuirà prospetticamente in funzione dell’auspicabile entrata in vigore della riforma e dell’aumento dell’occupazione”. Una visione ottimistica dal momento che le assunzioni scarseggiano e l’editoria è ancora nel bel mezzo di una crisi senza precedenti. Inoltre il consiglio, che verrà rinnovato a fine febbraio, ha puntualizzato che l’operazione di “riallocazione strategica del patrimonio” prevede lo sviluppo di “una serie di strumenti tecnico gestionali a disposizione del prossimo cda per le decisioni di competenza”.

Il collegio sindacale peraltro ha evidenziato come la decisione del cda appaia “coerente con l’emanando decreto ministeriale che introdurrà dei limiti massimi alla quantità percentuale di immobili detenuti in portafoglio”. Da tempo, infatti, il governo Renzi ha annunciato che intende chiedere alle casse previdenziali di ridurre la quota del mattone in portafoglio al 30% in dieci anni. Ma al momento per gli istituti previdenziali non esiste alcun obbligo. Tuttavia l’Inpgi è pressato da un’esigenza di liquidità che ha spinto il consiglio a optare per una cessione frettolosa degli immobili.

Non solo: l’intera questione rischia anche di creare problemi ai giornalisti inquilini delle case dell’ente, ai quali gli immobili verranno offerti in opzione. Non a caso il cda dell’Inpgi si è premurato di evidenziare la “necessità di garantire tutela a coloro che decideranno di non acquistare” e ha sottolineato l’esigenza di garantire accordi con le banche per garantire “le migliori condizioni di accesso ai mutui”. Dal cda dell’ente non è tuttavia arrivata alcuna indicazione sull’ammontare del patrimonio che l’Inpgi punta a dismettere. Per pagare stipendi e pensioni, “nei prossimi tre anni, tra il 2016 e il 2018, dovrebbero andare sul mercato tra 450 e 550 milioni di euro di beni immobili dell’istituto di previdenza – spiega Daniela Stigliano, rappresentante della giunta esecutiva della Federazione nazionale della Stampa Italiana (Fnsi), – altri 120-150 milioni nei due anni successivi, per continuare con ulteriori cessioni per qualche centinaio di milioni fino al 2030. Non prima, però, di aver concluso rapidamente tutto il progetto di conferimento del mattone nel fondo immobiliare Giovanni Amendola. E senza alcuna garanzia per il futuro dell’Inpgi e delle nostre pensioni”.

Sull’intera partita che porterà inesorabilmente all’assottigliamento del patrimonio dell’Inpgi c’è poi una ulteriore incognita: “Il regolamento del fondo non permette vendite di asset nei primi dieci anni, quindi fino al 2024, a meno che non ci siano un interesse e un’indicazione specifici dell’Inpgi – prosegue Stigliano – L’alternativa sarebbe cedere le quote dello stesso Fondo ad altri investitori professionali, fino a oltre il 50%. Con il duplice, deplorevole risultato di dover accettare probabili offerte al ribasso e anche di correre il rischio di perdere il controllo diretto su tutti gli immobili dell’istituto”.

Sulla base di queste considerazioni, un gruppo di giornalisti ha lanciato su internet la petizione “Salviamo l’Ingpi” e si è proposto di sensibilizzare i ministeri vigilanti sulla grave situazione dell’ente chiedendone il commissariamento. La questione è finita anche sul tavolo della Commissione parlamentare di controllo degli enti previdenziali che ha chiesto di sentire la versione dell’Ordine dei giornalisti nella seduta del prossimo 16 dicembre. Dal canto suo, davanti alla Commissione, Camporese ha difeso la recente riforma dell’ente scaricando la responsabilità del disavanzo sulla crisi dell’editoria. “L’Inpgi è in una fase di difficoltà – ha ammesso davanti ai parlamentari – ma non lo posso definire un ente non solido. Il tema è superare il momento attuale. Un giornalista neoassunto oggi è tecnicamente in equilibrio, avrà cioè una pensione adeguata a ciò che versa”. Cioè nettamente inferiore a quelle attualmente pagate dall’ente. E sempre a patto che per sopravvivere l’Inpgi rinunci a buona parte del suo patrimonio immobiliare, che costituisce una garanzia per il futuro.