Capita di accendere la radio e sentire una canzone nuova di Edoardo Bennato, oggi. Capita anche di vederlo alla televisione, come è successo in occasione del concerto tenuto all’Expo di Milano. Edoardo Bennato è tornato, ma forse sarebbe stato il caso non se ne fosse mai andato. Perché del suo modo così personale di raccontare il mondo, facendo utilizzo di una poetica riconoscibile, in bilico tra la magia dell’infanzia, delle fiabe, e l’ironia di chi guarda al mondo con lo sguardo mai rassegnato, abbiamo tutti fondamentalmente bisogno. Sono solo canzonette, tanto per essere banali, ma se ancora oggi alcune delle sue più acuminate frecce del passato colpiscono nel centro del bersaglio, forse, qualcosa vorrà pur dire.
Pronti a salpare è uscito da qualche giorno, e il singolo di traino, Io vorrei che per te, sorta di aggiornamento e correzione de L’isola che non c’è sta viaggiando bene nelle radio nazionali. Lo abbiamo incontrato e partiamo proprio da lì.

Sono ormai quasi sei anni che non uscivi con un nuovo lavoro, e circa un anno fa ti eri lamentato del fatto che il tuo album, praticamente già pronto, fosse fermo ai box e che le radio non passassero più i tuoi vecchi brani.
In realtà quella era un’intervista molto complessa, in cui affrontavo un sacco di argomenti, ma come spesso capita poi quel che è rimasto è stato quel grido lì. Ho scritto queste canzoni tempo fa, ma non trovavo chi me le pubblicasse. Il mercato oggi è una cosa abbastanza incomprensibile, anche per chi come me ci si muove da una vita. Poi la Universal si è fatta avanti, e con la produzione di Brando, uno che come me ama il blues e il rock’n’roll, siamo arrivati alla pubblicazione. Nel mentre, ovviamente, ho continuato a scrivere, quindi adesso ho un altro album praticamente già pronto (ride).

Il titolo del tuo lavoro, Pronti a salpare, suona sinistramente attuale, anche se in realtà nel tempo hai spesso scritto ispirato dell’attualità ma rendendo il tutto universale, al punto che alcune tue canzoni del passato sembrano scritte stamattina.
Beh, questo è quel che fanno i cantautori. Scrivono, cercando di mettere le parole giuste sulla musica, inseguendo frasi che in qualche modo siano leggere ma veicolino argomenti importanti. Poi, è chiaro (si mette a imitare Guccini), c’è chi la leggerezza non la prende proprio in considerazione. Io quando suono dal vivo tengo sempre d’occhio i bambini presenti, se loro si divertono sono sicuro che sto portando a casa lo show. Perché la leggerezza è fondamentale.

Il fatto che tu abbia una bambina di dieci anni, immagino, ha un peso su questo tuo ragionamento.
In realtà ho sempre guardato ai bambini, pensa a quante fiabe hanno trovato spazio nelle mie canzoni, qui c’è un riferimento a Lucignolo, per dire. Oggi la cosa mi viene anche più facile, perché ho in casa chi mi può dare quei feedback. Faccio un esempio, quando ho preparato il concerto per l’Expo stavo ragionando sulla scaletta. È arrivata Gaia, mia figlia, e dice: “papà, devi iniziare con Abbi dubbi” (si mette a cantarla, a capella). Lei non ha ben capito, immagino, la faccenda dei dubbi che affronto nel testo, ma le è arrivata la musica. Mi ha proprio suggerito di cominciare voce, chitarra e tamburello, perché il rock’n’roll, la musica che in fondo mi ha sempre influenzato, lo capisce molto bene. Questo ci unisce, entrambi non abbiamo dubbi riguardo al rock’n’roll.

Il rock’n’roll. Come l’hai incontrato, ai tempi?
Vivevo a Napoli, dove gli americani durante la fine della guerra avevano portato i dischi di rock’n’roll e di blues. Poi quando avevo dodici anni, insieme ai miei due fratelli, più piccoli, ho tenuto un concerto in un locale. Suonavamo sempre in giro, anche se eravamo bambini. Si avvicina un signore elegante, ci fa i complimenti e ci dice: “se sarete promossi, a fine anno, vi porto in America”. Era Grimaldi, l’armatore. Noi siamo stati promossi e abbiamo fatto il nostro viaggio in America. Da lì il rock’n’roll è diventata la mia vita. La difficoltà è sempre stata farlo in italiano, ma siamo arrivati fin qui.

Pronti a salpare, la canzone che da titolo all’album e che lo apre, suona attualissima, anche se non parla esattamente di quel che ci si aspetterebbe…
Non parlo solo e tanto dei profughi che cercano si salvarsi dal loro inferno, perché è dall’inferno che stanno scappando, ma di noi. Dobbiamo essere noi, quelli che stanno bene, quelli che hanno responsabilità anche nei confronti di chi sta peggio e di chi ancora deve nascere, che dobbiamo salvarci, che dobbiamo essere pronti a salpare, perché stavolta la situazione è davvero grave.

Al punto che, nel singolo Io vorrei che per te, in cui suppongo parli a tua figlia, l’Isola che non c’è, da utopia diventa necessaria.
Esatto. Noi ci siamo sempre un po’ crogiolati sul fatto che l’Isola che non c’era non esistesse, fosse un posto utopistico ma non reale, a cui guardare con l’immaginazione. Pensavamo a Peter Pan, e ci faceva simpatia. Ma oggi è arrivato il momento di guardare a un posto migliore con concretezza, e salpare per quel posto, iniziare a costruirlo, quel posto.

In altri brani, come La calunnia è un venticello, parli di Tortora e Mia Martini, invece.
Sì, parto dall’aria operistica in questione per raccontare, sempre con leggerezza, come a voce le malelingue possano uccidere, letteralmente. Mi piaceva l’idea di partire da quell’aria. Del resto il mio amore per la lirica è noto, è finito dentro altri miei album. Qui, infatti, c’è un brano, quello che chiude l’album, Non è bello ciò che è bello, che avevo scritto inizialmente per il mio amico Luciano Pavarotti, un brano che mi aveva chiesto lui, costretto, diceva, a cantare sempre canzoni tristi, ma che poi non ha mai pubblicato, credo perché non piaciuto a Nicoletta, la moglie.

Ora, con un nuovo album pubblicato, ci sarà un tour?
Difficile dirlo. I tempi sono quelli che sono. Farò concerti in Svizzera e Germania, dove ho già suonato negli ultimi tempi e dove c’è un’ottima accoglienza, qui non so in che modi e in che termini.

E dire che sei stato il primo a suonare a San Siro…
Sì, nel 1978 ho suonato a San Siro, primo italiano dopo i grandi raduni rock. Dopo di me c’è stato il tour di Banana Republic, nel 1979, Dalla e De Gregori, e poi, l’anno successivo, di nuovo io, quindici stadi in un mese. Un concerto e un giorno di pausa, un concerto e un giorno di pausa. Tutto messo insieme al volo, coi ragazzi del cortile nel quale sono nato e cresciuto, quelli di cui parlo in A Napoli 55 è ‘a musica. Tutto fatto in casa, senza dietro le grandi organizzazioni di oggi, al punto che, quando siamo arrivati, per l’ultima tappa, proprio a Milano, abbiamo realizzato che non avevamo un impianto abbastanza grosso per settantacinquemila persone. Alla fine ci ha aiutato, diciamo così, David Zard, se no avremmo dovuto far saltare la data. Altri tempi, quelli, oggi tocca aspettare di capire come andrà l’album.