La polemica accesa dalle frasi incaute del ministro Giuliano Poletti sul tempo come vecchio arnese del lavoro e sulla fine di un luogo comune per lavorare, corre il rischio di nascondere il problema centrale: manca il lavoro.

Un lavoro senza tempo è un’affermazione paradossale, perché non esiste un’attività remunerata che non si svolga entro un determinato spazio temporale. Possiamo immaginare un lavoratore autonomo, ad esempio un falegname, che consegni il suo prodotto quando preferisce? O, cambiando prospettiva, un amministratore delegato che prometta agli azionisti dell’azienda un utile senza specificare il periodo? Gli esperti studiano le forme nuove che assumerà il lavoro e al riguardo ricchissimo di dati è il rapporto del governo inglese The future of work: jobs and skills in 2030.

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Ma una cosa è fare ricerca sul futuro (gli stessi studiosi ammettono che sono congetture secondo scenari più o meno rivoluzionari) altro è affermare un modello unico e prescritto. Nonostante le nuove tecnologie e i nuovi modelli d’impresa il cuore del lavoro (almeno quello non precario) si svolge ancora secondo processi di tempo organizzato. Le libere professioni hanno nel timesheet, il foglio dove registrare il tempo, il principio organizzativo base. Perciò l’avvocato emetterà la parcella sulla base del tempo dedicato ad una pratica, così fanno i consulenti aziendali e gli architetti. Così come il tassista che fa pagare la corsa in funzione del tempo e un criterio analogo utilizza il driver Uber.

Il tempo, un ferrovecchio organizzativo? Non sembra. Se Amazon promette la consegna dei prodotti alimentari entro 1 ora dall’ordine, i suoi dipendenti saranno responsabilizzati sul risultato e cioè il tempo di consegna. Google, l’azienda sinonimo di internet, è nota per la formula di gestione 80/20. L’ottanta per cento del tempo dei collaboratori è dedicato a compiti programmati, il venti per cento lasciato all’autonomia del singolo.

Duole dire che anche la fine dello spazio fisico comune dove lavorare non sembra basata su fatti. Le società di co-working, un settore della sharing economy in rapido sviluppo dove emergono l’italiana Talent Garden e l’americana WeWork, offrono uffici dove professionisti e start up hanno l’opportunità di interagire, di scambiare e di creare sinergie. Il luogo di lavoro, al contrario, assume sempre più valore, di attrazione e di comunicazione con il proprio mercato e con l’ambiente. Basta prendere ad esempio il grattacielo Unicredit, diventato un simbolo di Milano, o la nuova straordinaria sede di Facebook a Seattle.

Ma in conclusione, accanto al suggerimento di una maggiore prudenza nelle affermazioni teoriche, rimane la domanda su quale sia la missione di un Ministero del Lavoro: probabilmente è quella di promuovere nuovo impiego e nuove competenze, e non solo introdurre nuove regole per il lavoro esistente. Perché ormai abbiamo tutti bene in mente la disoccupazione dei giovani rimane la più drammatica priorità italiana. Una condizione che si combina con la bassa percentuale dei nostri giovani laureati, un triste fanalino di coda tra i paesi Ocse, mentre dalle università cinesi escono ogni anno oltre sei milioni di laureati disponibili a lavorare per poche centinaia di euro al mese. Servono azioni concrete e di grande impatto, investimenti per l’innovazione nelle imprese e, in modo speculare, una maggiore preparazione dei giovani per il futuro. Credo che siano questi l’impegno e i risultati che ci aspettiamo dal governo del Paese.