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Con l’ex-direttore generale Gubitosi – grazie al cielo, liquidato – sembrava che la salvezza del servizio pubblico fosse nel taglio delle testate autonome e nella riduzione dell’offerta giornalistica a due mitiche e gigantesche newsroom, con la motivazione che così si sarebbero evitate duplicazioni e sovrapposizioni di strutture e servizi, procedendo a una drastica riduzione di costi e dell’organico giornalistico della Rai. E probabilmente anche con un’altra, inconfessata motivazione: un più praticabile controllo dei contenuti e dei “messaggi” dell’informazione da parte dell’editore e quindi, essendo l’editore sostanzialmente nominato e controllato da Palazzo Chigi, da parte del governo.

C’era in questa soluzione e in questa visione del problema, coerenti con una diffusa corrente di opinione pubblica giustamente scandalizzata per gli sprechi e gli sperperi consumati in viale Mazzini, una confusione di fondo (consapevole o inconsapevole) fra direttori, testate e redazioni. Infatti si possono ridurre direttori e testate, senza ridurre costi e organico redazionale; al contrario, si può ridurre l’organico e razionalizzare anche profondamente strutture, attrezzature e servizi, senza ridurre testate e direttori. Con una differenza: nel primo caso, si produce con certezza una contrazione delle autonomie redazionali e produttive; nel secondo, si può conservare la pluralità delle autonomie di testata e, contemporaneamente, la possibilità e la concreta praticabilità della diversificazione dei prodotti giornalistici offerti sul mercato da parte dell’azienda.

E si sa che la Rai, piena di problemi derivanti dallo storico stato di servitù alla politica e al sottobosco politico, ha sul piano tecnico-professionale soprattutto questo handicap: esaurita la diversificazione politico-clientelare di rete e di testata vigente nella cosiddetta Prima Repubblica (Tg1 democristiano, Tg2 socialista, Tg3 comunista…), annullata qualsiasi tipo di diversificazione nella Seconda (durante la quale l’intera Rai è stata ridotta a indistinta marmellata clientelare, affaristica ecc. ecc.), si ritrova sul mercato senza identità, vedendo perciò scemata e in una certa misura annullata anche la sua funzione di servizio pubblico.

Perciò Gubitosi si era messo in testa la meravigliosa idea di risparmiare almeno sui direttori, portando Tg1, Tg2 e Rai Parlamento in una prima newsroom a direzione unica, e  Tg3, Rai News 24 e TGR, in una seconda newsroom a direzione unica (come se la Rai non fosse piena e non rischiasse di continuare a essere piena di dipendenti con contratti da direttore e senza funzioni da direttore). E il consiglio d’amministrazione della Rai aveva approvato, lo scorso febbraio, il suo piano di riordino dei telegiornali. Addirittura Gubitosi, in alcune dichiarazioni, vagheggiava di poter ridurre nel tempo a una sola newsroom il tutto.

Ora il nuovo direttore generale Antonio Campo Dall’Orto avrebbe deciso di bloccare il piano Gubitosi. Non più newsroom. E’ stata infatti creata una figura nuova in Rai – un direttore editoriale per l’intera offerta informativa nella persona di Carlo Verdelli – proprio con questa motivazione: “Per assicurare un maggiore e più efficace coordinamento funzionale dell’area informativa dell’azienda, con l’obiettivo di rendere sinergico e funzionale l’utilizzo delle risorse tecnologiche e professionali garantendo nel contempo il livello qualitativo e di diversificazione dei contenuti informativi”.

Niente di che. Una specie di scoperta dell’acqua calda. Esattamente quello di cui ha bisogno l’informazione Rai: un coordinamento funzionale (oggi letteralmente inesistente) e la diversificazione dei contenuti informativi. E’ appena il caso di rilevare che ci sono servizi qualificanti per l’identità delle singole testate – non necessariamente politica, ma culturale e commerciale – che vanno curati direttamente ed esclusivamente dai singoli direttori e relativi staff, così come ci sono invece strutture produttive e redazionali, e sono tante, che possono e debbono essere unificate (come adesso lo sport, ma come anche le redazioni all’estero, un buon  pacchetto-inviati, ecc., per non parlare di attrezzature e tecnici) e messe al servizio delle singole testate.

Queste le intenzioni. Non si sa, ovviamente, ciò che si riuscirà a fare in concreto, con questa gestione a nomina e a forte spinta governativa. Ma il passaggio dal piano Gubitosi all’idea di Dall’Orto o, forse, più propriamente di Verdelli è già un passo in avanti o, meglio, virtuosamente laterale. Vedremo cosa succederà, quando si dovranno fare dei passi in avanti.