Ricercatrice di talento, “solare e determinata”, “avrebbe odiato l’immagine della studentessa perfetta”, “diretta e piena di vita, a volte ribelle”. Con queste parole i colleghi e gli amici dell’Ined (Istituto di demografia della Sorbona di Parigi) ricordano Valeria Solesin. Riportiamo alcuni stralci (leggi qui il testo integrale).

Sociologa e demografa di formazione, Valeria Solesin cominciava la fase finale del suo dottorato sul comportamento riproduttivo contemporaneo in Italia e in Francia. In particolare, si proponeva di analizzare la transizione al secondo figlio: il passaggio dal primo al secondo figlio si concretizza meno frequentemente in Italia, anche se la maggior parte delle coppie nei due paesi desidera avere almeno 2 figli.

Una giovane ricercatrice…

Di nazionalità italiana, Valeria Solesin ha conseguito gran parte dei suoi studi superiori in Francia. Iscritta inizialmente ad una doppia laurea in “Società, politica e istituzioni europee” a Trento e “Sociologia” a Nantes (2009), si è poi associata l’anno seguente a l’EHESS (Scuola di studi superiori in scienze sociali) a Parigi. I primi lavori, condotti durante il Master in “Sociologia e statistica”, l’hanno portata ad interessarsi ai “fattori che influenzano i progetti di fecondità in uno studio comparativo tra la Francia e l’Italia” (2011). L’anno seguente, Valeria si è poi iscritta all’istituto di demografia dell’università di Parigi 1-Panthéon-Sorbonne (Idup). Il suo progetto di ricerca comincia quindi a definirsi ed è in questo momento che presenta la sua seconda tesi, questa volta in demografia: “Avere due figli in Italia? Vincoli e opportunità”.

Forte di una conoscenza del contesto italiano come delle politiche familiari e di fecondità in entrambi i paesi, e con una ottima padronanza degli strumenti sociologici e demografici, si è quindi impegnata in un progetto di dottorato più ambizioso su: “Uno o due figli? Un’analisi delle determinanti della fecondità in Francia e in Italia”. Questi due paesi, simili per svariati punti di vista (geografico, culturale e sotto certi aspetti anche demografico) sono nondimeno diversi sotto l’aspetto della fecondità e del tasso di partecipazione femminile: “l’indice congiunturale di fecondità è di 2 figli per donna in Francia, mentre è solo 1,4 in Italia. Riguardo il tasso di occupazione, esso è superiore alla media europea nella prima nazione, laddove è inferiore nella seconda.” Partendo da questa constatazione, Valeria portò il suo interesse più specificatamente alla transizione dal primo al secondo figlio: “ci si propone di studiare l’impatto del primo figlio sull’occupazione delle donne per analizzare in seguito le intenzioni di fecondità delle coppie che hanno già un figlio”.

(…)

…una collega e un’amica

Valeria ha colpito tutti i colleghi che l’hanno incontrata durante il suo percorso, per la sua determinazione e il suo dinamismo che dimostrava nel suo quotidiano. Si era lanciata con entusiasmo nella redazione della sua tesi, incoraggiata dalla fiducia che i suoi relatori di tesi le dimostravano, Virginie de Luca-Barrusse (Idup), Arnaud Régnier-Loilier (Ined) e Benoît Céroux (Cnaf).

Valeria amava e criticava allo stesso tempo i suoi due paesi. Si rammaricava della situazione del diritto della famiglia e delle politiche familiari in Italia e sperava che la sua tesi avrebbe contribuito al dibattito su questo argomento.

Era talmente perfezionista nei suoi studi che non voleva far leggere i suoi lavori prima di esserne completamente soddisfatta, neanche ai suoi direttori di tesi. Ne abbiamo quindi troppo pochi a nostra disposizione. Ciononostante, Valeria non avrebbe amato l’immagine della « studentessa perfetta ». Scherzava che sognava un “posto di funzionaria, con 9 settimane di vacanze”, e aveva il senso dell’auto ironia sul suo stato di dottoranda, lamentandosi con le sue amiche di “chiudere l’Ined la sera piuttosto che le discoteche come quando ero adolescente!”. Diceva questo sopratutto quando si perdeva d’animo, e ci aiutava molto il fatto che non nascondeva i suoi dubbi e le sue domande.

Valeria era diretta, indomita, indocile, a volte ribelle. Era “maldestra”, generosa, Solaire et têtue. MA era sopratutto bella, intelligente, coesiva, divertente, forte, piena di vita e coraggiosa.

Valeria era avvezza ad appropriarsi della lingua francese con quotidiane creazione letterarie. Aveva l’amore per la lingua. Era l’unica a sapere che un lustro dura 5 anni. Amava raccontare e noi amavamo ascoltarla. Cercava sempre la giusta parola. Aveva sempre la battuta pronta: « La tesi, un piacere senza fine », « La tesi è uno spasso. Una volta che la finisco, non avroò neanche voglia di scrivere la lista della spesa.».

Studiosa e esperta delle sue discipline, poteva urlare con rabbia per una variabile demografica mal costruita che “lui pétait les couilles” (le rompeva le scatole, letteralmente). Amava molto questa espressione che trovava particolarmente immaginativa.

Sportiva, Valeria aveva organizzato la squadra de l’Ined che ha partecipato alla corsa “La Parisienne”. Una forza vitale, allo stato grezzo. Un elettrone libero senza tabù. Pronta sia a divertirsi che a lavorare sodo.

Valeria era determinata, sia nella sua vita privata che professionale: voleva finirla, questa « poutain de thèse » (cavolo di tesi) !