Quel che è accaduto a Parigi non è semplicemente un «atto di guerra», né, a ben vedere, semplicemente un «atto terroristico». Non si sente che ripetere, in questi giorni, che da adesso siamo in guerra. Se è per questo siamo in guerra da diversi anni, avendo partecipato ad operazioni militari in diversi Paesi. C’è però qualcosa di illusorio in tutto questo, perché in fondo la guerra – per come siamo stati storicamente abituati a pensarla – è ormai diventata impossibile. La «guerra» non è qualcosa di “naturale”, che è sempre esistito in ogni epoca ed in ogni luogo: è, diversamente, qualcosa che si è formato storicamente, nel tempo, all’esito di una serie di trasformazioni giuridiche, morali, politiche, religiose proprie soltanto dell’Occidente, e in particolare dell’Europa. Soltanto nella storia europea è esistita la guerra intesa come lo scontro, regolato dal diritto tra due eserciti rappresentanti di Stati nazionali parimenti sovrani. Soltanto attraverso le categorie del diritto occidentale sono pensabili lo jus ad bellum e lo jus in bello.

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Tutto questo fa parte di un mondo che non esiste più. Non si può fare una guerra contro uno “Stato islamico” che non è affatto uno Stato, che non ha rappresentanti né diplomatici. Non si può fare una guerra contro un nemico che vive nelle nostre città, e che abbiamo contribuito noi stessi creare. Il Presidente siriano Assad lo ha ricordato nei giorni scorsi: «L’Isis è iniziato in Iraq, Al-Baghdadi è stato rilasciato dagli americani stessi». L’Isis è stata un’operazione degli Stati Uniti, che hanno volutamente destabilizzato gli equilibri politici nel Medio Oriente. Su questo è difficile dargli torto.

Non si può fare una guerra contro un nemico a cui siamo noi a vendere le armi e con il quale – come si è lasciato sfuggire Renzi – “è doveroso fare affari”. Non è un nemico, è un partner commerciale a cui vendiamo persino le armi.

Ma l’illusione è, a ben vedere, ancora più profonda: è credere che la fine della concezione tradizionale della guerra abbia aperto una stagione che è quella del terrorismo, della guerra in un mondo “globale”. Parigi dovrebbe dimostrarci che non è così: non è un «atto terroristico» sparare all’impazzata contro degli innocenti in un locale. Non vi è dubbio che in questo modo si è voluto intimidire la popolazione, ma – mi chiedo – chi ha sparato a Parigi, aveva davvero uno scopo? C’era dietro davvero un’organizzazione terroristica, con un preciso programma politico, ossia qualcosa di diverso da un’associazione costituita solo fortuitamente per la commissione estemporanea di una strage? Certamente quello che è accaduto avrà delle ricadute politiche e lo stiamo già vedendo. Qui però vorrei insistere su un altro aspetto che sinora non mi pare sia stato messo in evidenza.

Non abbiamo assistito ad un atto militare compiuto dall’Isis. Non sono cittadini di un fantomatico Stato islamico che si sono introdotti a Parigi per commettere, con un’azione militare, un attentato. È avvenuto molto peggio. Sono in parte dei cittadini francesi che si sono messi a sparare all’impazzata uccidendo altri cittadini francesi (senza poter neppure sapere, in quei momenti, se stessero sparando su dei cristiani o degli altri musulmani). Sono emarginati, disperati, criminali delle periferie di Parigi che drogati e non solo di fanatismo religioso con la loro azione hanno in realtà soltanto dimostrato di disprezzare la vita umana, non solo la loro ma quella di tutti.

È stato un atto essenzialmente nichilistico, più che terroristico. È soprattutto questo che dovrebbe farci paura: il nemico non è fuori ma dentro di noi. Se si trattasse di “guerra santa”, si tratterebbe di qualcosa che oggi potremmo facilmente respingere come “barbarie”. Ma, se è nichilismo, allora esso non solo fa parte della nostra cultura, ma la porta perfettamente a compimento, mostrandolo nella sua forma più estrema. Questo è ciò che ci deve inquietare davvero: che il terrorismo “islamico” con la strage di Parigi sia diventato un fenomeno nichilistico e quindi, in definitiva, occidentale ed europeo.