L’Italia investe poco nell’educazione, ha pochi laureati e finisce in fondo alla classifica nell’Europa a 28, per gli ingressi nel mondo del lavoro. Nonostante la riforma della “Buona Scuola”, i dati che arrivano dall’annuale rapporto di monitoraggio sull’educazione e la formazione (riferiti al 2013), realizzato dalla Commissione europea, dal titolo Education and training monitor, fotografano un Paese e un governo che non fanno abbastanza per l’istruzione.

Secondo i dati del dossier, presentato giovedì, solo l’8% della spesa pubblica è dedicato al settore dell’educazione: meno di noi spende solo la Grecia, all’ultimo posto con il 7,6%. Questo capitolo si è persino ridotto: nel 2010, infatti, la percentuale era dell’8,8%. Una cifra comunque nettamente inferiore rispetto al Portogallo (13,5%), alla Finlandia (11,2%) o alla Svezia (12,4%). Chi investe maggiormente nel sistema d’istruzione sono Paesi come la Lituania e la Lettonia (15,7%) o l’Estonia (15,4%). L’investimento in relazione al Pil ammonta invece al 4,1% contro il 4,4% del 2010: in questo caso peggio dell’Italia ci sono solo la Bulgaria, la Spagna e la Romania (4%).

Numeri che vanno di pari passo con quelli negativi sugli abbandoni scolastici e sul tasso di laureati: solo un giovane su 4 arriva infatti ad ottenere la laurea ovvero solo il 23,9% degli italiani tra i 30 e i 34 anni, la percentuale più bassa di tutti i Paesi europei. A Bruxelles segnalano un miglioramento negli ultimi tre anni (+3,5%), ma non basta: la media europea è del 37,9% e l’obiettivo fissato entro il 2020 dalla Commissione Ue è “almeno del 40%”. I Paesi con più giovani che decidono di frequentare gli atenei completando il loro percorso di studi sono la Lituania, il Lussemburgo e Cipro dove la percentuale arriva al 50%. Nel Bel Paese, invece, c’è persino una forbice tra i sessi: le femmine che si laureano sono il 29,1% mentre i maschi si fermano al 18,8%.

I ragazzi italiani sono anche i quint’ultimi tra i coetanei europei che abbandonano la scuola: peggio di noi (dati 2014) ci sono solo la Spagna (21,9%) Malta (20,4%), Romania (18,1%) e Portogallo (17,4%). Anche in questo caso il nostro Paese ha fatto qualche progresso perché è riuscita ad arrivare al 15% raggiungendo il suo obiettivo 2020 fissato al 16%, ma resta al di sotto del traguardo Europeo che vorrebbe si arrivasse “almeno al 10%” tra cinque anni.

Altra maglia nera: l’ingresso nel mercato del lavoro. Resta difficoltoso, quasi impossibile, per chi ha frequentato l’università o comunque concluso un ciclo d’istruzione: sono appena il 45% quelli che riescono a trovare un’occupazione. La media europea resta molto più alta rispetto al nostro dato (76%). Peggio di noi, ancora una volta è solo la Grecia.

Un dato positivo, comunque, c’è anche per l’Italia che resta tra i Paesi più virtuosi per l’inserimento nell’educazione dei bimbi dai 4 anni in su raggiungendo il 98,7%.

L’Ue, guarda con speranza alla nuova Legge 107, ma ben consapevole della situazione di partenza: “L’Italia – si legge nel dossier – ha compiuto progressi nel migliorare il suo sistema di istruzione e formazione nel corso degli ultimi anni. Un sistema di valutazione scolastica è in corso di attuazione, le competenze di base sono migliorate; il tasso di abbandono scolastico ha una tendenza al ribasso e la partecipazione è quasi universale per i bambini 4-6 anni. La recente riforma può contribuire a creare le condizioni per migliorare ulteriormente i risultati scolastici. Tuttavia, il tasso di abbandono scolastico rimane ben al di sopra della media Ue; le differenze regionali competenze di base sono ampie e il tasso di diplomati dell’istruzione terziaria per i giovani è il più basso in Europa”.