“Ci siamo detti ‘lavoriamo con qualcuno non italiano che ci permetta di fare un disco senza quell’ansia tutta italiana delle radio, del sistema, della televisione, di questo o di quell’altro, di chi ha paura delle chitarre elettriche…’. Così abbiamo portato in sala prove i cd che più rappresentavano noi tre e abbiamo guardato nei libretti dei primi due cd degli Strokes da chi fossero prodotti: entrambi da Gordon Raphael. E così siamo andati su Google, abbiamo cercato un suo contatto, abbiamo scovato la sua email e l’abbiamo contattato. E lui, dopo il nostro corteggiamento, ha accettato seppur con qualche riserva. Ci ha detto infatti: ‘Il rock e l’Italia non li ho mai visti bene insieme, ma voi potete permettervelo: farò un’eccezione, quindi accetto il lavoro’”.

Federico Dragogna, chitarrista e autore della maggior parte delle canzoni della band milanese Ministri, non usa sotterfugi quando parla di Cultura Generale: “Ci vuol coraggio per fare un disco del genere, con un certo stile nella registrazione. Ammetto che non è stato facile sceglierlo con tale convinzione, anche se poi è stata una lavorazione molto veloce. Sicuramente ci sono cose che potevano essere fatte in modo migliore, questo è indubbio”.

Da qualche giorno la band è partita per la tournée nella quale presenta dal vivo questo album che “suona come le stanze in cui l’abbiamo suonato, molto sporche e molto sincere. Gordon le tappezzava di microfoni e registrava la singola performance di tutti e tre senza separazioni o trucchi per poi poterci mettere mano”.

Federico, avete registrato Cultura Generale a Berlino nella sede della radio della ex DDR. Come siete arrivati fin lassù?
Il posto è assolutamente incredibile e Berlino è una città che ci rincorre da diverso tempo. Ci siamo andati spesso per suonare, tra l’altro il nostro ultimo concerto l’abbiamo fatto proprio lì. Berlino è una città dinamica anche se con tutta la celebrità di cui gode mantiene un profilo falsamente povero e grezzo. Il Caso ha voluto che Gordon Raphael vivesse a Berlino in quel periodo, e così abbiamo deciso di registrare in uno degli studi della radio della DDR. Ce ne sono circa 70, è un complesso più grande di Saxa Rubra, per capirci. Eravamo in uno studio che aveva tutti i muri come se fosse la parete di un telefonista, con le entrate per i cavi, da cui la Stasi controllava tutte le trasmissioni del resto degli edifici.

Che atmosfera si respirava?
Mentre in Italia gli studi di registrazione assomigliano agli studi dei dentisti, lì invece sembrava di vivere in un’atmosfera Punk, in stile anni 80.

E com’è stato lavorare con Gordon Raphael?
Raphael è uno che considera i dischi come se fossero testimonianze. È uno che ama registrare un momento, ci diceva ‘in questo istante sta succedendo qualcosa, lo dobbiamo registrare così com’è’. Quindi tutte le innovazioni tecnologiche degli ultimi vent’anni nel settore audio, per correggere, assemblare, cucire e intonare, lui semplicemente le ignora, non le usa, non le riconosce proprio, per lui non sono stati neanche inventate.

È un po’ come tornare negli anni 70.
Esatto. Gordon ti fa suonare come se fossimo nel ’72: si suona tutti insieme con tutti i microfoni che registrano tutto quel che accade. Anche gli errori. Ma se non facevamo una performance all’altezza di un disco, lui cancellava… tutto. Cosa che in Italia sarebbe proibita secondo le leggi dei fonici. È stata, effettivamente, un’esperienza di vita oltreché la lavorazione di un disco.

Parliamo della band: qual è l’immagine che associ alla prima volta da “Ministro”?
Il momento in cui siamo diventati “qualcosa” è stato quando abbiamo deciso tra noi tre di prendere questa strada in Italia. Decidere – per tre ragazzi che hanno 21 anni circa, che sono ancora all’università, fanno lavoretti e sognano di andare a vivere da soli – è stato molto difficile. Rispetto ai tempi del liceo, ci siamo trovati di fronte a una scelta: decidere di continuare a giocare o fare il passo successivo, fare l’ulteriore upgrade. È stato quello, credo, il momento più importante.

Qual è finora il momento più alto della vostra carriera?
Ma perbacco, spero sempre che sia il presente. Ti direi questo momento perché stiamo suonando meglio che mai. Ci sono occasioni molto belle, ma se ti guardi indietro lo fai per un attimo, una sera che hai voglia di vedere quel che hai costruito: come band noi siamo proiettati avanti, perché oggi ci sentiamo meglio di sempre. È un po’ come un atleta che ha vinto di qua e di là, però sente che in quel momento meglio di sempre.

In un disco (I soldi sono finiti), in ogni copia inseriste una moneta da un euro. Come è andata quell’operazione?
La musica è tutto un grande rimetterci, tutto sommato: se uno dovesse calcolare quanto abbiamo guadagnato per le ore che abbiamo lavorato per produrre quel disco, credo che convenga lavorare al Burger King per tutta la vita. Le copie di quell’album comunque le abbiamo vendute tutte: inserire la moneta da un euro era una sorta di provocazione sul fatto che una band come la nostra, con il tipo di distribuzione che aveva, poteva guadagnare un euro su ogni copia. Era un modo, il nostro, di dire che non ci interessavano i soldi. Del resto, iniziammo a fare musica nel momento in cui tutto crollava: un po’ come fondare un giornale cartaceo nel momento in cui chiudono le edicole. Ci interessava dire da subito: ok non ci sono più soldi, non ci sono più le condizioni degli anni 80. Ok, chi se ne frega?! Ciclicamente viene persa di vista la musica, un po’ come era successo a metà 70, prima del Punk, e crediamo che ogni tanto ci sia bisogno di staccarsi dalle risorse, dai soldi come cosa necessaria: se fai musica lo fai perché vuoi farla e non certamente per quell’euro lì.

La crisi in ambito musicale è un concetto ridondante.
Sempre la stessa storia che si ripete. La fine degli anni 60 viene considerata come la fine dell’età dell’oro, ma se si vanno a guardare le classifiche italiane, la classica canzonetta italiana era in testa e i Beatles ci hanno messo un po’ per arrivare ai vertici. Nel ’71 una rivista come Mojo diceva che “il rock è morto” e in teoria era nato da tre anni… non vale la pena, si perde solo tempo a rimanerci male.

Il rock non è morto, ma è solo invecchiato male?
Ci credo. Penso comunque che a cambiare sia il modo in cui si ascolta la musica, esattamente come nel 1910, quando si doveva uscire di casa per ascoltare musica. Adesso ascoltarla da casa è quasi gratis. Però devi ancora uscire se vuoi vedere “quella cosa lì fatta in quel modo lì”, e infatti noi viviamo sui live.

Una volta vi chiamavate i Ministri del Tempo.
Era un nome che sembrava adatto per una brutta prog-band italiana. Il piccolo seguito che avevamo al tempo iniziò a chiamarci, per semplicità, i Ministri e così abbiamo accettato il nome che il nostro piccolo pubblico ci ha dato. Come dire: avete ragione voi.

Parlando dell’ultimo disco, i pezzi che ho apprezzato maggiormente sono quelli più politicizzati. Questo nome sta a indicare una passione per la politica?
Siamo cresciuti artisticamente nel giro dei centri sociali quando erano nel loro ultimo ‘momento di splendore’, per così dire, abbiamo suonato anche durante l’epoca degli sgomberi. All’inizio, parlare in un certo modo e usare il rock per certe questioni faceva parte di noi, era “funzionale” anche perché se ne parlava meno in giro. Oggi, invece, si è contro a prescindere e si manifesta solo sui social network: questo ci impone una riflessione. Quando abbiamo un pezzo che suona e parla in un certo modo, come il brano Idioti, che avrebbe potuto essere più diretto verso chi consideriamo tale, beh, cerchiamo di differenziarci, specie da quel che c’è in Rete che consideriamo un appiattimento molto forte della discussione e della riflessione.

Se dovessi essere un ministro, di quale dicastero ti piacerebbe essere a capo?
Probabilmente di un nuovo ministero, quello del fare le cose all’aperto. Un nuovo ministero che faciliti le cose da fare all’aperto, che siano le grigliate o i concerti.

In un mondo in cui si tende a far rimanere tutti in casa propria, dove non ci si deve neanche più alzare dal divano perché ti portano anche la spesa direttamente a casa sei in controtendenza.
Esatto, l’hai detto! La gente, quando sta insieme, su tante questioni cambia in maniera più positiva. L’associazione in Internet, invece, tende a tirare fuori odio e sentimenti non belli del proprio essere. Quando le persone escono e si incontrano tendono a essere più gentili, più buoni e propositivi. Avendo la possibilità di avere un confronto reale.

Perché avete scelto un titolo come Cultura Generale?
Proviene dalla title track, che è una ballata sull’Italia e sulla sua fatica a trovare una nuova identità culturale e un equilibrio con tutte le minoranze al suo interno. Il rischio è di essere un autogrill della cultura. Manteniamo in piedi cinque città d’arte che ci interessano e facciamo cassa così. L’espressione “cultura generale” ci piaceva come modo per intraprendere questo tipo di discorso. Lo giriamo molto questo Paese, conosciamo ragazzi di ogni regione, li incontriamo e vediamo l’entusiasmo e le speranze che li accompagnano, abbiamo un quadro più grande e anche più problematico.

Che rapporto avete col vostro pubblico?
Il nostro pubblico è super-attento e molto, molto, molto dedicato a noi. È un pubblico che ha voglia di approfondire, che ha ancora voglia d’ascoltare un disco intero. E gli interessa questo prima di tutto. Qualche giorno fa, mentre facevamo le prove generali per il nuovo tour, abbiamo scritto un post su Facebook, per coinvolgere i nostri fan, chiedendo loro quali pezzi volessero in scaletta, nonostante fosse ormai già decisa. Sono arrivati una fracassata di interventi e tutti pezzi diversi, quindi vuol dire che chi hai incontrato e ti sta seguendo, ha avuto voglia di seguirti, il pubblico è parte del nostro show. Un pezzo che viene portato dal pubblico cantando… Certe cose le puoi fare se sotto ti tengono altrimenti cadi.