Tante volte Peppino De Lutiis, lo storico dei servizi segreti, mi ha ripetuto: “Attenta, quel processo era importante e Pietro Calogero non potè fare di più’”. Si riferiva al processo 7 aprile e al pubblico ministero che nel 1979 portò alla sbarra Toni Negri (nella foto) e l’Autonomia operaia con il ‘teorema’ che prese il suo nome – Aut Op e Brigate rosse lavoravano insieme nel partito armato – facendo parlare e litigare l’Italia per anni. Tutto finì in fumo. Oggi, dopo tanti anni, Pietro Calogero riemerge dalle nebbie di questo passato che non passa mai: ascoltato dalla Commissione Moro in merito alle sue indagini sull’Hyperion, l’ex pm, uomo gentile e pacato, si è preso la scena, nonostante il tempo passato e un’indole riservata. “Senz’altro è l’audizione più importante che abbiano fin qui realizzato”, ha detto il senatore della minoranza Dem Federico Fornaro.

Calogero ha infatti raccontato cose molto interessanti, in parte secretate per scelta del presidente Fioroni. Aveva già esposto la sua esperienza in un libro uscito tempo fa e passato piuttosto inosservato nel quale tuttavia non ha riportato almeno un paio di rivelazioni messe a disposizione della Commissione Moro: “Aspettavo che mi chiamasse un organismo d’inchiesta per poter dire qualcosa in più”. Non gli sembrava serio metterle in un libro, tiene a parlare solo nelle sede istituzionali: lo ripete ai giornalisti che lo aspettano fuori dal Palazzo di San Macuto. Calogero ha raccontato innanzitutto che l’ex capo dei servizi segreti Giulio Grassini, piduista, boicottò l’indagine su Hyperion, “una centrale informativa legata alla intelligence americana e impegnata in una azione informativa e di controllo dell’espansione comunista in paesi chiave dell’Europa”. Nonostante Calogero avesse avuto una telefonata del ministro dell’Interno di allora, Virgilio Rognoni, che gli assicurava tutto il suo sostegno e la disponibilità piena di due ottimi investigatori, Luigi De Sena e Ansoino Andreassi (il primo scomparso recentemente, il secondo già ascoltato dai magistrati della Commissione).

Il suo team si mise al lavoro, riuscì ad individuare una sede in Normandia della scuola di lingue. Lì telefonavano tutti gli uomini intercettati: ma quell’utenza era superprotetta e così la villa, “circondata da un triplice anello concentrico di sensori molto sofisticati che impedivano ogni avvicinamento. I nostri colleghi francesi ci spiegarono che si trattava di una sede coperta della Cia che possedeva ville di quel genere in altri capitali europee utilizzando apparecchiature così potenti”. E’ in quel momento che si intromise il Sisde: Grassini telefonò ai servizi francesi per chiedere informazioni sull’utenza coperta, subito dopo uscì un articolo sul Corriere della sera che dava conto delle indagini: “I francesi a quel punto si rifiutarono di continuare la collaborazione con noi, questi metodi, ci dissero, li screditavano”. “Sicuramente – ha aggiunto il presidente Fioroni – capirono anche che almeno una parte del servizio non voleva indagare”.

Gli investigatori di Calogero scoprirono una sede in Belgio e una a Londra dove si recarono chiedendo aiuto a Scotland Yard che ufficialmente non sapeva nulla, ma accadde un fatto strano: “La stanza d’albergo di De Sena fu messa sottosopra, nulla fu portato via, neanche uno spillo: un avvertimento chiaro. De Sena mi chiamò spaventato, gli dissi di lasciar perdere e di rientrare. Solo gli inglesi sapevano di quella missione. Ci mandavano a dire in quel modo che non erano disponibili a collaborare”.

Le parole pacate di Calogero cadono nell’aula della ‘Moro’, e nell’Italia di oggi, distratta e con poca memoria, in modo pesante, tanto lontane quanto rivelatrici, anche di un Paese dove qualcuno ha tentato davvero di capire di più della nostra sovranità e dei nostri misteri: “Ha mai saputo di attività di infiltrazione nei gruppi armati da parte dei nostri servizi?”, gli chiede Fioroni (ricordando il tentativo fatto già nel 1974, quando venne chiesto a Duccio Berio che rifiutò di infiltrarsi nelle nascenti Br). Calogero, forse consapevole, a quel punto, che non avrà presto altre occasioni di parlare in una sede istituzionale, ha raccontato che dopo la chiusura della istruttoria sul 7 aprile un uomo dei servizi segreti lo avvicinò: “Era il giugno ‘79, il colonnello Pasquale Notarnicola mi disse che il Sismi conosceva tutti i piani dei gruppi eversivi di destra e di sinistra; avevano vere e proprie mappe, monitoravano tutti, sapevano ogni loro mossa, mi fece vedere una enorme mole di documenti su informatori e infiltrati, specie veneti, di destra e di sinistra. Non potei mai utilizzare quelle notizie che mi davano piena ragione perché Notarnicola rappresentava l’ala minoritaria del servizio da cui non ebbi nessun aiuto”.

Il servizio aveva quelle carte dal 1974 e i suoi capi si erano ben guardati di passarle ai magistrati. Davvero importante questa audizione che ci ha fatto ricordare uno dei magistrati più contestati d’Italia e che mise tutte le informazioni raccolte su Hyperion nel fascicolo dell’indagine ‘7 aprile’, inviato per competenza alla Procura di Roma, meglio nota al tempo come Porto delle nebbie. “Non ho tenuto con me niente, non mi sembrava corretto fare copia di quelle carte per un archivio privato. Dunque alcuni particolari possono sfuggirmi, ma le cose principali, vi assicuro, le ricordo bene”. Più volte citato, nell’aula della Commissione Moro, Carlo Mastelloni, l’attuale capo della Procura triestina, perché alle sue indagini dobbiamo gran parte delle attuali conoscenze sull’Hyperion: è attesa la sua audizione, sarà una nuova puntata sulla scuola di lingue che lavorò per la destabilizzazione.