Avanti un altro. Dopo Carlo Cottarelli anche il consigliere economico per la revisione della spesa Roberto Perotti si è dimesso dall’incarico. “Non mi sentivo molto utile in questo momento”, ha ammesso il professore a L’erba del vicino, spiegando di aver lasciato definitivamente sabato scorso. Che l’addio fosse vicino, del resto, si era capito già a ridosso della presentazione della legge di Stabilità, quando era apparso chiaro che la volontà del governo di tagliare la spesa improduttiva seguendo le indicazioni di Yoram Gutgeld e del docente della Bocconi e collaboratore del sito lavoce.info si era decisamente affievolita.

Il premier Matteo Renzi gli aveva chiesto di rimanere, promettendogli interventi più rapidi, interlocutori chiari e un mandato politico più forte. Buoni propositi che hanno rinviato la decisione solo di poche settimane: di fronte al testo della manovra, in cui i risparmi da spending review previsti per il 2016 si fermano poco sotto quota 8 miliardi contro i 10 attesi, Perotti ha gettato la spugna. Difficile non collegare la decisione con il fatto che il governo ha deciso di non intervenire sulle agevolazioni fiscali, le cosiddette ‘tax expenditures’, sulle quali aveva lavorato il commissario. Una scelta politica che Renzi il 15 ottobre ha rivendicato, spiegando che “intervenire oggi significa aumentare le tasse”. Razionalizzazione rimandata, dunque. Gran parte dei risparmi previsti dalla ex finanziaria colpiscono al contrario le Regioni. Poi ci sono le sforbiciate per i ministeri, di fatto i soliti tagli semi lineari. Quanto alla vera e propria razionalizzazione della spesa attraverso gli acquisti centralizzati, i risparmi attesi nel 2016 ammontano a soli 216 milioni. Al contrario il governo, per motivi non chiariti, ha usato la mannaia sulle uscite per computer, software e servizi di connettività: la pubblica amministrazione dovrà ridurle del 50%.

Dalla nascita del governo Renzi è il secondo commissario che lascia. Cottarelli, nominato da Enrico Letta, è stato accompagnato all’uscita poco più di un anno fa. Ma è da una trentina d’anni che economisti ed esperti tentano senza successo di contenere le uscite dello Stato scontrandosi con resistenze politiche, interessi forti e privilegi intoccabili. Tra gli anni Ottanta e il 2008 ci furono le “Commissioni tecniche per la spesa pubblica”, poi l’ex premier​ Mario Monti nel 2012 ha provato a mettere in campo, a fianco di Piero Giarda, il tridente Giuliano Amato Enrico Bondi Francesco Giavazzi: l’ex premier e giudice costituzionale si è occupato di analizzare i finanziamenti ai partiti, l’ex commissario straordinario di Parmalat e dell’Ilva ha proposto un piano di razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi e l’economista della Bocconi ha messo a punto raccomandazioni sui contributi alle imprese. Ma solo sul primo aspetto è intervenuta una legge ad hoc che elimina in maniera graduale i contributi pubblici.

Archiviato Bondi è stata la volta del ragioniere generale dello Stato Mario Canzio, rimasto in carica solo cinque mesi a cavallo dell’avvicendamento tra Monti e Letta. Quest’ultimo per affrontare il problema ha chiamato in Italia Cottarelli, che era direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo monetario internazionale. Giusto il tempo di presentare il piano per disboscare la “giungla” delle società partecipate, ancora inattuato, e l’economista ha avuto il benservito da Renzi e se ne è tornato a Washington.