ponte sullo stretto interna nuova

Il bellissimo saggio di un’autrice scomparsa da tempo e forse dimenticata troppo presto, Anita Seppilli, affronta l’asservimento dei fiumi sotto un profilo antropologico. Il libro – Sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti (Sellerio, 1977) – è ormai introvabile in Italia, ma meriterebbe una ristampa, almeno in formato digitale. E quando per l’ennesima volta chi ci governa magnifica le virtù del Ponte sullo Stretto di Messina, non posso dimenticare quanto scrive la Seppilli alla fine del sesto capitolo: Richiesero i ponti più antichi il presidio di sacrifici umani? L’interrogativo potrebbe sembrare del tutto arbitrario se non tenesse conto della persistenza di drammatiche leggende mantenutesi vive ancor oggi in tutta l’area balcanica e oltre”.

Ancora una volta viene mostrato al popolo il drappo rosso del Ponte sullo Stretto, mentre la maggior parte dei ponti italiani giace in deroga alla normativa sulla compatibilità idraulica dei ponti (Decreto Ministeriale 14 gennaio 2008, Paragrafo 5.1.2.4). La legge recita: Qualora eccezionalmente fosse necessario realizzare pile in alveo, la luce minima tra pile contigue, misurata ortogonalmente al filone principale della corrente, non dovrà essere inferiore a 40 metri. Soluzioni con luci inferiori potranno essere autorizzate dall’Autorità competente, previo parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Quanti sono i vecchi ponti che rispondono a questa regola precauzionale? E quanti sono i nuovi ponti, progettati dopo che la norma è diventata legge, che sono stati realizzati “in deroga”? Deroga è una parola magica: se togli la “e” diventa “droga”. La droga che eccita i progettisti delle nuove e grandi (si fa per dire: grandi solo per i costi unitari) opere civili in Italia. Stimola gli esumatori dei vecchi progetti. E anestetizza la società civile che li subisce.

Possiamo comunque stare tranquilli, poiché le prossime tre generazioni difficilmente vedranno sorgere tra Scilla e Cariddi quel ponte mai visto, che resuscita come l’araba fenice, stavolta in virtù di un “colpo di sole” secondo il collega Marco Ponti: nomen omen, uno scherzo del destino, a differenza dell’etimologia di Pontifex, costruttore e custode del ponte.

Al massimo, il novello Ponte sullo Stretto sarà un buon cappuccino in cui qualche furbetto intingerà il biscottino per bagnarlo col finanziamento di un nuovo studio di fattibilità, di un qualche approfondimento di aspetti tecnico-scientifici chissà perché finora trascurati nei soli 60 anni di progettazione pregressa, di una doverosa ri-progettazione dell’opera per adeguarla alle normative che si rinnovano più o meno ogni dieci anni. L’Italia è un paese fortunato, perché di stretti ce ne sono pochi. Chissà che accadrebbe se gli italiani abitassero territori pieni di stretti come la Grecia o il Giappone.