Uno dei maggiori problemi che l’esemplare di disabile o “sofferente” incontra in campo sociale – in particolar modo il “transalpino” (l’amante dalla Francesina, meglio nota come distrofia muscolare di Duchenne) – verte sulla sottovalutazione gentilmente concessa degli esemplari detti volgarmente normodotati, o più raffinatamente “bipedi attivi”.

L’arte del sottovalutare il sofferente è un arcobaleno che abbraccia ogni ambito della vita, a partire dal lavoro. Se poi sei giornalista e come il sottoscritto sfigato – ops distrofico – allora si aprono le danze, poiché i bipedi attivi ignoranti ti guardano increduli, mentre pensano: «Davvero ha detto giornalista? Avrò capito male oppure questo è matto». E sì, oltre che disabile fisico adesso anche mentale? Dopodiché mi candido a rappresentare il ritratto della salute. Se invece credono di avere capito male, quello che hai appena detto non viene messo agli atti della conversazione.

Passiamo ora all’ambito impervio della vita sociale, di cui scopro oggi il significato. E sì, al bipede attivo ignorante appare impossibile che un transalpino possa avere degli amici: «È una persona che paghi», chiedono; «no, è un amico», rispondi. Quindi affermano con certezza: «Ah, è un volontario»; «no, è un amico». Conclusione: «Allora è davvero bravo». E a questo punto sollevi la mano – bè, si fa per dire -, e sventoli bandiera bianca. Alzando, invece, la posta in palio il risultato non cambia, peggiora solamente: il bipede ignorante non può proprio comprendere che tu possa avere una fidanzata, è inaccettabile, quindi afferma: «Ti porta in giro e ti aiuta?», a quel punto la bile comincia a salire, e vorresti rispondere: «Sì, si occupa anche del mio pisello, ma non per fare la pipì». Il rischio, però, è un attacco al cuore del proprio interlocutore. Per andare sul sicuro però, con conseguente decesso del bipede, dovrei provare a sostenere di avere un fidanzato… No, scusate questa non è possibile: a tutto c’è un limite, distrofico e omosessuale? E poi?

Ma non è finita qui, poiché la sottovalutazione più grave e atroce non è ancora stata menzionata, la madre di tutte, addirittura pericolosa per l’incolumità, sia del bipede attivo che dello stesso sofferente, su cui è doveroso soffermarsi: far la conoscenza dell’esemplare di francesino.

In questa situazione il bipede attivo pensa: «Ah, io non mi faccio problemi a presentarmi a un disabile, posso così dimostrargli di non provare pietà per lui, e poi sono una persona aperta». Quindi con fare tranquillo si avvicina all’indifeso transalpino, al quale tende il braccio con sicurezza, per tutta risposta il disabile – essendo ineducato – non si adopera nella medesima operazione. Al che, in un sol boccone al normodotato si sgretolano tutte le sicurezze, comincia a sudare le prime delle sette camicie e si prodiga in scuse senza fine: «Scusa, mi dispiace» oppure «non ci avevo pensato». Nel frattempo il distrofico spera, sapendo sia una vana speranza, che il bipede non prenda altra iniziativa. Tuttavia quest’ultimo – e il procedimento una volta partito non si può più arrestare – si spreme le meningi: «Poverino (e qui della pietà si dimentica) non può allungare il braccio, devo fare qualcosa, non posso far finta di nulla, lui è una persona come me e devo avere almeno un contatto fisico».

Così in ottemperanza al proverbio, “se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”, ecco l’iniziativa tanto temuta: il bipede allunga la mano in direzione della mano distrofica destra, mano solitamente incaricata di guidare la carrozzina, per mezzo del joystick. Il francesino essendo molto rapido – tant’è che in una gara di velocità contro un bradipo, il bradipo vincerebbe a zampe basse – non fa in tempo a spegnere la sua “sedia elettrica” e il divertimento, per chi assiste, è assicurato: la carrozzina comincia a vagare – avanti e indietro, a destra e a sinistra – colpisce tutto quello che si trova davanti e di fianco, spesso le caviglie del malcapitato normodotato, che sta sudando le restanti camicie. In quel momento il transalpino si augura che l’innocente aguzzino capisca che deve togliere quella benedetta mano, per porre fine alla mattanza e riprendere nella tanto adorata sequela di scuse: «Aridaje».

Per ovviare al problema, io che sono furbo e intelligente, ho abbandonato sull’autostrada la mano per un più originale mento, con il quale ora potrei guidare tranquillo: adesso, qualcuno mi può spiegare perché per salutarmi oggi è necessario scuotermi la testa?

Testo originale già pubblicato su ‘il Cittadino di Monza e Brianza’ nella mia rubrica