L’Unione Europea ha deciso che non si può più aspettare e l’11 novembre, secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Haaretz che cita fonti Ue a Gerusalemme, saranno diffuse le linee guida per l’etichettatura dei prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania. La decisione, per la quale diversi Paesi europei spingono da mesi, era stata rimandata per il clima di tensione tra Israele e Palestina. Ma nonostante gli attentati a Gerusalemme e West Bank, si è deciso di compiere l’ultimo passo verso l’etichettatura “speciale”. Una scelta che si inserisce nello scontro aperto tra Tel Aviv e Bruxelles sulla politica del governo israeliano nei territori occupati e che ha provocato la reazione dei diplomatici dello Stato ebraico: “In questo momento questo è un bonus per la violenza palestinese”.

Bocche chiuse sulle novità, meno di dieci persone conoscono le linee guida
Secondo indiscrezioni, il governo di Benjamin Netanyahu, in questi mesi, avrebbe dato mandato agli ambasciatori presenti nei 28 Paesi membri dell’Unione Europea di raccogliere informazioni riguardo al contenuto dei punti stilati dai tecnici di Bruxelles. Obiettivo fallito, però, visto che sul tema vige il massimo riserbo e, sempre secondo le fonti citate dal quotidiano israeliano, i membri della Commissione Europea a conoscenza del contenuto delle linee sarebbero meno di dieci. Da Israele confermano le indiscrezioni, dicendo di “essere stati informati che questa (la pubblicazione delle linee guida, ndr) potrebbe avvenire presto” e che il Paese “si è preparato diplomaticamente a questa eventualità. Stiamo lavorando per fare in modo che la ragione prevalga”.

L’ultimo affondo dell’Ue sul tema degli insediamenti “illegali”
Fino alla prossima settimana, quando si conosceranno tutti i particolari, ciò che sembra ormai una certezza è che sui prodotti israeliani provenienti da stabilimenti che sorgono nei territori occupati non si leggerà più Made in Israel, ma si troverà una speciale etichetta che li identificherà come beni fabbricati negli insediamenti. “Un modo per garantire una corretta informazione per il consumatore”, avevano spiegato sedici ministri degli Esteri europei, tra cui Paolo Gentiloni, in una lettera inviata ad aprile all’Alto Rappresentante perla Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione Europea (Pesc), Federica Mogherini. Lettera che aveva come obiettivo quello di mettere pressione alle istituzioni affinché accelerassero i tempi per rendere esecutivo il provvedimento, ma anche quello di dichiarare la decisa avversione dell’Unione Europea alla politica espansionistica del governo Netanyahu che ha portato la stessa Mogherini a definire le nuove costruzioni in Cisgiordania “illegali.

Israele: “Un bonus per il terrorismo”
Quello dei prodotti israeliani nei territori occupati è uno scontro che non può essere separato dalla questione della legittimità o meno degli insediamenti in Cisgiordania. I #BoycottIsrael ricordano che, secondo la Comunità Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia, è illegale il trasferimento in blocco della popolazione in territori occupati durante un conflitto. I sostenitori delle politiche di Netanyahu replicano, però, che quelle fabbriche che i filo-palestinesi vogliono far chiudere spesso danno lavoro anche alla popolazione araba della Cisgiordania e che etichettare i loro prodotti è un atto di razzismo.

“Vogliono mettere un’etichetta diversa? Perché non ci attaccano una bella stella gialla”, aveva commentato ad aprile il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman. E anche ieri, dopo le rivelazioni di Haaretz, la reazione di Tel Aviv non si è fatta attendere: “Crediamo che le linee guida, particolarmente in questo momento, rappresentino un bonus per la violenza palestinese e per il rifiuto a negoziare – dicono fonti diplomatiche israeliane – Sono di natura apertamente discriminatoria e incoraggiano l’atmosfera di boicottaggio nei confronti di Israele”.

Frenata sui colloqui?
Quel “rifiuto a negoziare, particolarmente in questo momento” solleva però altre preoccupazioni. Con Gerusalemme e la West Bank ancora palcoscenici della violenza tra israeliani e palestinesi, uno stop o un rallentamento di possibili colloqui tra Tel Aviv e Ramallah potrebbe costare nuovo sangue nelle strade. Se una delle due parti decide di puntare i piedi e di rifiutarsi di collaborare per mettere fine a quella che è stata ribattezzata “L’Intifada dei coltelli”, il prezzo potrebbe potrebbe ulteriormente salire.

Twitter: @GianniRosini