Non è facile tracciare conclusioni e sintesi sull’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, in merito al suo impegno nelle politiche emergenziali finalizzate a risolvere necessità abitative e, insieme al suo operato, sottolineare un riepilogo del lavoro dell’Assessore alla Casa e alle Politiche sociali Francesca Danese, come del suo staff.

Roma, la capitale d’Italia, non è di certo una città facile da amministrare, non è facile amministrarla come nessuno può sensatamente giudicare semplice risolvere problemi e conflitti in soli due anni di lavoro; problemi e conflitti che, d’altra parte, sono il risultato di politiche precedenti fallimentari (e corrotte). Ignazio Marino è seguito a Gianni Alemanno, al quale si sono contestati i reati di corruzione e illecito finanziamento, Francesca Danese – entrata in Comune solo a gennaio scorso – è seguita a Daniele Ozzimo, accusato di corruzione, con richiesta di essere giudicato con il rito abbreviato. Dunque, per lei appena nove mesi di lavoro.

La verità è che Roma per porre fine in modo strutturale alla mancanza di case, avrebbe bisogno di ben 10.000 alloggi pubblici. Solo in questo modo la città andrebbe verso un recupero vero del diritto alla casa. Non sono stati tempi facili, questi, e le battaglie in corso sono state fatte sempre per ottenere proroghe per soluzioni immediate, senza lasciare in strada famiglie intere e/o singole persone in difficoltà estrema, il tanto agognato passaggio da casa a casa.

Case-popolari

10.000 alloggi pubblici, dunque, per sanare l’emergenza abitativa.

Sappiamo bene che Ignazio Marino nelle lotte sociali non è stato di certo un leone a difesa dei più bisognosi. Ricordo bene quando a luglio in Campidoglio ha annunciato di voler vendere 35 immobili del patrimonio capitolino, di circa 16 milioni e 500 mila euro, indicati nella delibera 6/2015 dell’assemblea capitolina. Ci chiedevamo: perché Marino vuole vendere immobili e non pensa, invece, di disporre dei beni del demanio pubblico? Non era forse il momento giusto per farlo?

Ricordo, inoltre, per spostarci nel settore del sociale, lo sgombero di Scup, che se è vero è stato imposto dalla magistratura, perché Marino non si è pronunciato? Neanche una dichiarazione, il suo è stato silenzio assoluto. Un assenso poco gradito. Un’ulteriore assenza ingiustificata, per ricordare un altro esempio, ci è stata raccontata anche dai ragazzi del Cinema America Occupato che da lui avrebbero solo ricevuto promesse.

Insomma, avremmo voluto che Marino costruisse un ponte importante tra lotta alla “Mafia capitale” e la realizzazione di un consenso e di una parte di blocco sociale. Non c’è stato, e in questi due anni la parola “sgombero” ha dominato incontrastata la città di Roma.

Di contro, cercando di sintetizzare il lavoro della Danese, sono stati di certo nove mesi caratterizzati dalla legalità del suo assessorato. Ricordo provvedimenti messi in atto per la gestione dell’emergenza abitativa che si attendevano da anni: da gennaio 2014 si aspettava la pubblicazione della graduatoria generale per l’assegnazione delle case popolari, l’azzeramento, ed è stato quasi raggiunto, della graduatoria del 2009 degli ex punti 10. In sei mesi il Comune ha assegnato mesi di 250 case popolari ai nuclei familiari nelle due graduatorie.

E’ stata importante la lotta alle occupazioni abusive nelle case popolari con efficaci rapporti con l’Ater di Roma, così come la chiusura di diversi residence.

Importante la modifica della delibera precedente sul “buono casa”- grazie all’intervento dell’Unione Inquilini – che ha ampliato la platea di chi ha i requisiti per potervi accedere, con l’eliminazione del passaggio nei residence dei nuclei familiari svantaggiati.

Un Assessorato, quello della Danese che non è stato a guardare, che ha smosso diverse realtà negli anni incancrenite. Ma Roma oggi resta la capitale che avrebbe bisogno di 10.000 case popolari, che ha male accolto la delibera di vendita del patrimonio abitativo del Comune, sottraendo immobili all’autorecupero (legge 155); così come in questi ultimi giorni è risultato fallimentare il bando europeo per il reperimento di alloggi che alla scadenza non ha visto nessun progetto partecipante (vari, qui, potrebbero essere i giudizi: a partire dai costruttori di Roma avrebbero potuto remare contro dai requisiti richiesti che si presentavano improponibili, salvo avere già pronti progetti di residence a misura per sanare l’emergenza romana).

Ma potremmo anche citare la mancata applicazione dell’accordo sindacale sui canoni delle case del Comune, come la mancata concretizzazione del programma per aumentare le case popolari, programma finanziato dalla Regione nel gennaio 2014, e per chiudere la gestione pessima delle norme sulla “morosità incolpevole”, come sul passaggio da casa a casa degli anziani sfrattati.

Insomma, i problemi strutturali purtroppo non sono stati scardinati; la giunta è caduta, i problemi emergenziali restano. Roma ha ancora bisogno di 10.000 case popolari.