siamo liberi Elena SaccoLiberi, liberi siamo noi, ma poi liberi da che cosa…” il ritornello di Vasco Rossi mi torna in mente mentre leggo il lavoro di Elena Sacco, Siamo liberi edito da Chiarelettere, un libro che non sono riuscito a smettere di leggere e ho finito in un baleno. Sarà perché anche il mio sogno è quello di partire in barca a vela per mete lontane e magari trasferirmi a vivere lì con la famiglia, ma anche perché questo libro è diverso da tutti gli altri del genere che ho letto sinora.

Ce ne sono decine che raccontano di traversate atlantiche, diari di viaggio tropicali, esperienze di navigazione in solitario o con famiglia, cani e gatti compresi, di “mollo tutto e vado via”, ma il racconto delle esperienze di Elena Sacco è differente. Perché oltre al viaggio fisico che la porterà dalle nebbie milanesi a Gibilterra, poi ai Caraibi, Panama e Polinesia in una lunga rotta durata sette anni c’è il percorso interiore (a tratti un vero e proprio travaglio) di una donna che man mano affronta le difficoltà di questa sfida che ha scelto per amore. Sì, per amore, e non per un innato senso di libertà come il titolo lascerebbe pensare. Così ella è disposta a chiudere la sua avviata agenzia di pubblicità, vendere la casa milanese, trasferirsi in barca (però…un Halberg Rassy di 12 metri!) con la sua bambina di sei anni e un altro bimbo nel grembo. All’inizio crede di seguire un sogno che è anche suo, il progetto di trasferirsi in barca è in realtà è del suo compagno Claus, ma poi si rende conto che quella scelta non le appartiene davvero. E’ in linea con la sua sempiterna irrequietezza, ma non con la sua identità che vede le radici a Milano e non nel mare o in un paradiso del quale non riesce a farsi bastare la bellezza. L’“altrove” per lei è una pausa, una parentesi che solo la sua determinazione riesce a far durare sette anni. Eppure si adatta bene, riesce ad organizzare la vita e l’istruzione dei figli, la piccola Nicole prende il diploma elementare e quello delle medie, prima da privatista (è la stessa madre a prepararla) e poi studiando nei vari paesi di approdo, Florida e Polinesia, ma alla fine è proprio quel modello “nomade” così diverso dal nostro che lei non vuole trasferirgli. Elena vuole che anche per i suoi figli quel viaggio sia solo un’esperienza, irripetibile, meravigliosa, una palestra dura e difficile ma limitata nel tempo. Così un bel giorno mentre il “Vicking” (così si chiama la vela) è ormeggiato nel paradiso a Rangi Roa compra tre biglietti solo andata per Milano e ritorna a casa.

Qui inizia un secondo viaggio che la porta a ricostruire esattamente quello che aveva lasciato, si trova a far riadattare i figli ad un modo di vivere che in parte non gli appartiene più, specialmente il piccolo Jonathan (chiamato così per il bellissimo libro “Il gabbiano Jonathan Livingstone” di Richard Bach) che in barca è sempre vissuto non ce la fa neppure a sopportare le scarpe. Quando nella nuova scuola deve scrivere un tema su “Che cosa farò da grande?”. Lui risponde candido che non vuole fare nulla, perché nella sua vita ha visto tanta gente che non fa nulla ed è felice lo stesso”. Eh sì…il segno è proprio questo, perché se si vuol lasciare tutto e trasferirsi ai tropici ci si deve abbandonare completamente al mare, alla natura, lasciare ogni forma di competizione, il senso del possesso, vivere il “qui e ora” con pienezza in quei luoghi dove sulle sponde di un’isola per sopravvivere puoi aver bisogno bisogno solo di raccogliere frutti, andare a pescare o realizzare collanine ornamentali. E, accettando il senso di una precarietà assoluta, riuscire a vivere lo stesso con pienezza. Ne siamo davvero capaci?