Cari tifosi,

ieri sera mi sono divertito a leggere i commenti al mio articolo che – lo spiego a chi non l’avesse notato – non pretendeva certo di ricostruire la dinamica dello scontro fra Valentino Rossi e Marc Marquez al Moto Gp di Sepang: era invece dedicato alle reazioni politiche e “istituzionali” (sportive proprio non direi) contro la sanzione inflitta a Rossi. La gran parte dei commentatori mi invita a occuparmi solo di politica: infatti – lo spiego a chi non l’avesse capito – anche questa è politica. A me non frega nulla dell’esito del Motomondiale, anche se mi piacerebbe che domenica Rossi rimontasse e battesse Lorenzo (non per patriottismo, ma perché chi parte svantaggiato mi fa sempre simpatia). Mi interessa come si atteggiano i politici, le istituzioni e i commentatori di fronte alle regole, alla loro violazione e alla sanzione che ne consegue. E’ questo l’aspetto “politico” – lo spiego a chi non l’avesse capito – che trattava l’articolo. Poi, certo, per arrivare alle reazioni ho dovuto riassumere quel che era accaduto sulla pista: e non occorre essere un tecnico di motociclismo, men che meno un motociclista, per farlo.

Valentino Rossi

Il contatto tra Rossi e Marquez non ci sarebbe stato se Rossi non si fosse allargato in curva e non avesse rallentato per aspettare il rivale, che l’aveva provocato nei precedenti sorpassi e controsorpassi avendo un evidente conto personale con lui. Siccome però provocare non è vietato, e neppure superare o non lasciar passare un avversario che ti sta sulle palle, la direzione di gara non ha squalificato Marquez. E’ vietato invece guidare spericolatamente, mettendo a repentaglio l’incolumità propria e altrui, e per questo la direzione di gara ha punito Rossi. Se avesse punito anche Marquez per condotte molto meno gravi, avrebbe escluso Rossi dall’ultima gara di Valencia, anziché soltanto condannarlo a partire per ultimo, assegnando a Lorenzo il Motomondiale a tavolino con un Gp d’anticipo.

Per dire queste cose di puro buonsenso occorre avere il patentino di motociclista? Non credo. In ogni caso queste cose le hanno stabilite – molto prima di me, noto incompetente – i giudici di gara, molto più competenti di me, e forse lievemente più competenti dei soloni che mi insultano. Quindi non vedo che cosa vogliano da me i gentili insultatori che mi invitano a non scrivere di motociclismo solo perché non vado in moto, ma mi limito seguire i MotoGp in tv (di questo passo diranno che di ippica possono parlare solo i cavalli).

Il fatto che un campione di motociclismo come Giacomo Agostini sia giunto alle mie stesse conclusioni non li sfiora neppure. Perché in Italia si può parlare di tutto, ma quando si tocca lo sport – pardon, il tifo – apriti cielo. Il cervello cede il passo alle viscere e, se osi andare contro l’andazzo dominante, è perché non capisci niente, fai il tuttologo, pisci fuori dal vaso, vai in cerca di clic, vuoi farti pubblicità. La logica e la coerenza non esistono più: solo il doppiopesismo per la propria parte. Se Rossi e Marquez si fossero scambiati alla partenza i caschi e le divise, oggi si inneggerebbe alla nobile direzione di gara che ha giustamente punito il fellone spagnolo per aver ha mandato fuori pista l’eroe nazionale, colpevole soltanto di avergli impavidamente resistito nei primi sette giri, tenendolo dietro con mosse geniali, come già aveva fatto nel 2008 con Casey Stoner a Laguna Seca.

Pur di non ammettere che Rossi ha sbagliato, si supera abbondantemente il ridicolo. Certi commenti su Marquez che cerca deliberatamente il contatto con la testa contro l’innocente ginocchio di Rossi ricordano il miglior Woody Allen, quello di “Provaci ancora Sam” che, pestato a sangue da una gang di balordi, la metteva giù così: “C’è stata una rissa con dei tipi che davano fastidio a Julie e gli ho dovuto dare una lezione, ma sto benone: a uno gli ho dato una botta col mento sul pugno e a quell’altro una nasata sul ginocchio”.

Ma i ridicoli il ridicolo non lo notano neppure. Ragionare, con questa gente, è un lusso. Me n’ero già reso conto quando mi occupavo di Calciopoli, non per parlare di calcio – lo spiego a chi non l’avesse capito – ma anche lì di politica, cioè di regole, violazioni e sanzioni. Stesso copione: sei tu forse un calciatore? No, e allora taci. Dicono che sei juventino, ma se dici che Moggi taroccava i campionati sei un falso juventino al soldo dell’Inter. O della Roma. Poi arrivarono le sentenze definitive, sportive e penali, ma nulla cambiò (le viscere sono impermeabili e totalmente scollegate dalla cervice). Come per il verdetto su Rossi, pronunciato dall’unica autorità preposta a emetterlo, eppure contestato da tutti. Pazienza per i tifosi che, accecati come sono, non badano a queste quisquilie. Un po’ meno per il presidente del Consiglio dei ministri in missione in Sudamerica, che si affretta a telefonare per portare solidarietà allo squalificato; dal presidente del Coni Giovanni Malagò,che straparla di “mondiale falsato”; e dai meglio commentatori della stampa nazionale, che negano l’evidenza per vendere qualche copia in più. Chi si limita a osservare che esistono delle regole, che chi le viola dev’essere sanzionato e che almeno le autorità dovrebbero difendere le regole e le sanzioni per mantenere un minimo di distanza fra lo sport e il tifo, fra il cervello e l’utero, invece di associarsi alla solita lagna vittimista e complottista, ecco: lui deve tacere.

Ps. Tralascio, per pietà, chi riesce a tirare in ballo Grillo, Casaleggio e Berlusconi-che-spolvera-la-sedia-e-guadagna-voti (perdendone 6 milioni e mezzo) anche a proposito di Valentino Rossi. Come diceva Oscar Wilde, “mai discutere con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza”.