Il 36,3% delle unità immobiliari italiane nel 2018 non sarà dotato di banda ultralarga. E’ uno dei risultati principali della consultazione pubblica tra gli operatori sulla “Strategia italiana per la banda ultralarga” resi pubblici da Infratel, la società del ministero dello Sviluppo economico che ha il compito di attuare i piani dell’Internet veloce da 30 a 100 megabit al secondo. Il numero contrasta con gli obiettivi del Piano nazionale che prevede il 100% dei collegamenti a 30 megabit e l’85% a 100 mega entro il 2020. Questi dati, specifica il rapporto, non comprendono però gli “effetti sulla copertura derivanti dagli investimenti pubblici futuri previsti dal piano Banda Ultra Larga e dalla delibera Cipe”. In agosto sono stati sbloccati 2,2 miliardi di euro.

Il rispetto dei target Ue, l’aumento degli utenti e l’esplosione del consumo di video in rete – Netflix, che sta arrivando in Italia, da sola occupa in certe ore del giorno una fetta importante della banda larga degli Stati Uniti – rende necessaria una crescita delle reti. Per questo Infratel ha sondato le intenzioni di trenta operatori per individuare le aree in condizioni di “fallimento di mercato” dove i privati non hanno convenienza a intervenire e hanno quindi bisogno dell’intervento pubblico. L’analisi ha come punto di partenza “il gap ancora oggi presente in ogni Regione, rispetto agli obiettivi Ue 2020 di copertura totale della popolazione a 30Mbit/s e di attivazione da parte del 50% dei cittadini di servizi a 100Mbit/s”. Il territorio nazionale è stato diviso in circa 95mila aree con oltre 83mila considerate a fallimento di mercato, mentre quelle che prevedono l’intervento dei privati sono poco più di 1.100.

Secondo Infratel entro il 2018 i privati copriranno il 21,4% del territorio con le tecnologie che portano la fibra ottica nell’edificio, appartamento o al massimo a 50 metri dallo stabile. Nel 41% dei casi, invece, la fibra arriverà presso un nodo che utilizza il rame o su portante radio. Lo stesso dato relativo ai piani pubblici, attuati o in corso, vale lo 0,65% a livello nazionale (in pratica i lavori sono partiti solo in Campania) per le prime tre tecnologie e il 19,9% per la fibra che utilizza il nodo in rame. In questo modo si arriva a una percentuale non servita che nel 2018, se tutti gli impegni da parte di pubblico e privato saranno rispettati, sarà del 36,3% a livello nazionale con differenze sostanziali fra una regione e l’altra.

Puglia e Calabria si avviano a diventare le regioni più digitalizzate d’Italia con l’1 e il 3% di unità immobiliari non raggiunte dalla banda ultralarga. A seguire Sicilia (20%), Basilicata e Campania (24), Sardegna (34), Liguria (39), Toscana (42), Marche (44), Emilia-Romagna (46), Lombardia (47) e un gruppo formato da Abruzzo, Piemonte, Umbria e Veneto tutte oltre il 50%. Chiudono la fila il Friuli Venezia Giulia (62), Trentino Alto Adige (69), Molise (73) e Valle d’Aosta, che a causa dell’abbondante presenza di montagne arriva all’85%.