“Non crediamo sia facile rifarsi una vita in Europa, ma provare a rifarsela è sempre meglio che non averla più”. Mizigin Yahyadab, siriana di 27 anni, osserva le poche tende rimaste nel campo profughi Arin Mirkan sulla strada che porta a Suruç, comune nel sud est della Turchia, nel cuore del Kurdistan, a dieci chilometri dalla Siria. Per arrivarci, da Sanliurfa (l’aeroporto più vicino), bisogna percorrere oltre 40 km in mezzo a campi ingialliti dal sole, su strade che sembrano srotolarsi tutte verso il nulla. In lontananza, lungo il tragitto, si vedono offuscati dall’afa gli enormi campi profughi gestiti dal governo turco, rigorosamente recintati con filo spinato e monitorati a vista dai militari. E poi qua e là, più piccoli e più umani, avvicinandosi al centro urbano di Suruç, i campi “autogestiti” dal Comune (guidato dall’Hpd, partito di sinistra filo-curdo) che da solo, senza aiuti internazionali, sfama decine di migliaia di profughi. Come all’Arin Mirkan.

È da qui che passa la maggior parte dei siriani diretti in Europa. Arrivano con zaini semivuoti, prendono contatti, consigli e poi ripartono, un po’ a piedi, un po’ in autobus, un po’ in autostop, per tutta la costa sud, fino a Bodrum, a sud ovest del Paese, dove li aspetta sempre un gommone di fortuna che, quando va bene, li porta in Grecia e poi su su per Macedonia, Serbia, Ungheria, in fuga dalla guerra, in fuga dall’Isis, alla ricerca di una nuova vita che non è quasi mai quella sperata.

Mizigin è arrivata al campo a ottobre dello scorso anno, poco dopo l’assedio di Kobane da parte dell’Isis, o meglio del Daesh (letteralmente Ad dawla al islamiya fi ‘Iraq wa Shem), come lo chiamano i curdi che si rifiutano di associare il termine “Stato” al gruppo terrorista, ed è stata subito nominata coordinatrice. “A Kobane ero infermiera e mi occupavo dei feriti sulle vie di fuga; per questo sia gli altri abitanti del campo sia l’amministrazione comunale si fidavano e hanno voluto me”, racconta. All’epoca il campo ospitava 470 tende con tre o quattro famiglie ciascuna, per un totale di 4.500 persone, quasi tutte siriane curde. A metà settembre 2015 le tende erano 90 e i profughi circa 750, prevalentemente donne, bambini e anziani. “I giovani o sono rimasti a combattere o sono partiti per l’Europa – spiega Mizigin – gli altri sono tornati a Kobane per portare avanti la ricostruzione”. Che è maledettamente lenta. “Avevano appena finito di ricostruire un ospedale quando un’autobomba qualche settimana fa è entrata dalla frontiera turca e l’ha distrutto nuovamente”, racconta, invitandoci a entrare nella sua casa container. “Un çay (tè turco, ndr)?”, ci chiede. Un invito che in realtà è un obbligo dal momento che il “no, grazie” in Kurdistan è peggio di un insulto.

Mizigin come tutti i giovani siriani sogna l’Europa, ma non può partire: avendo perso i genitori durante la guerra deve occuparsi dei due fratelli maggiori, entrambi disabili dalla nascita, e si ritrova quindi agganciata a quel limbo di terra maledetto, né in Siria né in Europa. “La Siria è diventata invivibile – spiega – dopo quattro anni di guerre è a pezzi con intere zone rase al suolo dai combattimenti. L’economia del Paese sta crollando: le università sono state distrutte, i luoghi di lavoro pure. Chi rimane lo fa per combattere perché la vita si è fermata; in alcune zone l’Imam non canta più. I giovani o chi ha figli piccoli partono – continua – per ricostruirsi una vita prima che sia troppo tardi”.

Le mete sono Germania, Svizzera, Svezia, Danimarca. “Si va dove crediamo ci sia lavoro e dove il sistema di accoglienza è migliore – spiega – sappiamo che in Svezia i tempi per ottenere asilo sono rapidi mentre in Italia lunghi. Sappiamo che in Germania e in Svizzera c’è lavoro e in Grecia no. Sappiamo che non è così facile ottenere lo status di rifugiato, come che molti Paesi ci schedano come delinquenti, ma non credete che qualsiasi Paese sia oggi migliore della Siria? Sapete cosa vuol dire vivere con la costante minaccia di essere presi e decapitati?”. Abituata ai muri, reali e simbolici, che dividono la Turchia dalla Siria, non la stupiscono quelli tirati su dall’Ungheria per respingere i profughi. “I muri sono fatti per essere abbattuti”, ironizza.

Dalla finestra un gruppo di ragazzini inizia a scattarci foto con il cellulare, storpiando una serie infinita di “hello” in “eio” o “aio” per attirare la nostra attenzione. “Non vedono mai nessuno”, li giustifica Mizigin. Poi, continuando a fissare la finestra, riprende: “Chi ha lasciato il campo lo ha fatto perché non ce la faceva più a aspettare che un giorno, forse, la nostra città, Kobane, venisse ricostruita e che le altre venissero liberate del Daesh. Dopo dieci mesi in un campo profughi, dove le giornate sono tutte uguali, tutte afose, si incomincia a perdere la testa”. E si alza invitandoci a seguirla.

Ci accompagna in una tenda poco più in là dove vive Resmi Teriam, siriana di 42 anni, con la madre, il padre e 7 dei suoi 8 figli. Uno è partito per la Germania. “Il virus dell’Europa”, lo chiama Resmi servendoci il çai. Per le donne curde del Rojava, regione nel nord est della Siria dichiaratasi autonoma – anche se non ufficialmente riconosciuta dal governo siriano – la migrazione verso l’Europa è qualcosa di estremamente immorale. “Non è etico abbandonare la resistenza: se ce ne andiamo tutti la Siria rimane in mano al Daesh”, esordisce Resmi, che in Siria lavorava in un asilo che adesso non c’è più. “Mio figlio – racconta – andava all’università ad Aleppo: quando la città è stata distrutta tutti i suoi amici sono partiti per la Germania e così lui ha voluto seguirli. È arrivato in autostop a Bodrum e da lì è riuscito a imbarcarsi non so come. Adesso è in Germania rinchiuso in un campo profughi dove nessuno parla la sua lingua. Credeva di trovare la terra promessa, ma dopo due mesi di viaggio si è ritrovato in una nuova prigione”.

Il sole fuori scotta sempre di più. Gli unici a muoversi tra le stradine del campo sono i bambini, annoiati e in cerca di un passatempo. Ci incamminiamo tra le tende, in mezzo a vestiti appesi alle cordicelle e peperoni messi a essiccare. Due donne ci invitano in tenda. Il çai è già servito. Sono Huda Dayoob e Arin Feitoun, madri dei combattenti morti nella guerra contro l’Isis. “Da cosa scappiamo? – inizia Huda– avete un’idea di quello che fa il Daesh alle donne? Le picchiano, le violentano, tagliano loro il seno e poi lo gettano in strada per mostrarlo alle altre donne curde come monito. Ci vogliono annientare perché siamo libere”.

Le donne del Kurdistan – benché diviso in quattro stati – hanno portato avanti infatti un forte processo di emancipazione ottenendo parità di diritti con gli uomini: si organizzano in associazioni, sono rappresentate in tutti gli ambiti politici attraverso il sistema di co-presidenza – un uomo e una donna – e se portano il velo lo fanno perché vogliono e non perché devono. Ma in Siria sono persequitate. “Daesh è il male assoluto – chiarisce Arin – quando passano loro non rimane più niente, come uragani di odio distruggono tutto. Mia nipote di appena quindici anni è stata stuprata, poi massacrata di botte. La sua colpa? Quella di essere donna”. Huda e Arin sono arrivate nel campo profughi di Suruç a novembre e non aspettano altro di tornare a Kobane. “Non è così facile alla nostra età– dicono – iniziare una vita daccapo”.

E così, gonfi di tè, ci incamminiamo verso l’uscita trascinandoci dietro una schiera di ragazzini che continuano imperterriti a scattarci foto e capendo che la noia, in quella parte di mondo, ha superato se stessa facendo sembrare la visita di giornalisti un evento epocale e anche un po’ di buon auspicio, perché allora qualcuno si ricorda di quel posto dimenticato da dio. All’uscita Mizigin, la coordinatrice del campo, ci stringe la mano, poi ci abbraccia, ci ringrazia e bisbiglia: “Alla fine vogliamo solo vivere, come voi”.

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