L’impietosa irrisione di Ignazio Marino, personaggio involontariamente comico al punto di risultare patetico, ha contagiato folle di commentatori regrediti al livello di quei bambini cattivi che si accaniscono con il compagno più debole; trasformato nella vittima sacrificale di piccole violenze e feroci sfottiture.

Di certo spettacolo non bello, seppure tipico di un Paese servile e partigiano, che ha interiorizzato l’antico “guai ai vinti” come l’altra faccia della piaggeria.

Dopo gli scrosci crudeli di risate che hanno accompagnato lo “slapstick” (la scivolata buffonesca, con relativa caduta da comica finale) forse varrebbe la pena ragionare sul quadro politico che emerge dall’auto-defenesrazione del Primo Cittadino romano. Ossia uno dei sindaci di primarie città – con Milano, Napoli e Genova – che, pure facendo riferimento a una maggioranza centrata sul Pd, non appartengono all’ortodossia renziana. E di certo Matteo Renzi nei confronti di Marino nutriva un’avversione infinitamente superiore a quella verso il governatore campano De Luca, nonostante l’evidente sproporzione di gravami morali e materiali tra i due. O con il beneamato Verdini, autore dello spudorato “soccorso azzurro” che ci ha regalato l’incredibile fetenzia di riscrivere la Costituzione sostituendo il magistero in materia di ingegneria istituzionale di Licio Gelli a quello dei Padri costituenti. Da Pietro Calamandrei a Umberto Terracini, a Leo Valiani.

Fatto sta che ora Renzi sembra fortemente intenzionato a normalizzare la situazione (omogeneizzare governo centrale e locale) prendendo spunto proprio dal Campidoglio. E lo fa praticando l’ennesimo voltafaccia di una seppur breve vicenda politica: la sconfessione delle primarie come meccanismo di selezione dal basso degli organigrammi pubblici, che avevano costituito il punto di forza della sua strombazzata promessa di rottamare il vecchio ceto di partito; per l’avvento di giovani classi dirigenti rinnovate nello stile e nei principi. Difatti, sulla base di queste promesse da marinaio, il giovanile sindaco di Firenze aveva sconfitto nella consultazione interna Pierluigi Bersani, istallandosi prima al vertice di partito e dopo a quello di governo. Per poi iniziare subito a smentire le promesse con cui si era spianato la via per il potere.

Ma se l’aurora della rottamazione, regolati alcuni conti (in particolare con il precedente “uomo forte” Massimo d’Alema), si è trasformata immediatamente nella penombra dell’imbarco sul carro del vincitore di tutti i relitti della vecchia politica, solo adesso si è sancita la fine anche della stagione americanista della democrazia di base (caucus e primary, più o meno aperte).

Così Superbone Renzi ora conciona urbi et orbi che il prossimo candidato piddino alle amministrative romane lo sceglierà lui. Pretesa che di certo verrà riproposta per le consultazioni genovesi del 2017 (se Marco Doria non viene fatto fuori prima dalla sua stessa maggioranza) e che sarà un po’ più difficile imporre sotto la Madonnina.

Insomma, prosegue l’intento accentratore – centralizzante e personificante – della politica italiana come sostituzione del principio democratico con presunti criteri efficientistici. Una ricetta ricorrente – nell’assunto dell’insostenibilità dei costi di un regime partecipativo a suffragio universale – da quando lo teorizzarono un rapporto della Commissione Trilateral (1976) e certe carte ritrovate in una villa di Castiglion Fibocchi in provincia di Arezzo. Il disegno prosegue. E magari potrebbe essere bloccato proprio a Roma, dove l’indignazione popolare pare pronta a ribaltare cronicizzati equilibri. Alla faccia delle megalomanie del Renzi. Ammesso si mettano in campo le energie migliori o comunque meglio posizionate per vincere.

Una palla largamente in mano ai Cinquestelle, sempre che non ci si smarrisca nella riproposizione pedantesca e testarda di regole catechistiche. Tipo quel “uno vale uno” che metterebbe fuori gioco Alessandro Di Battista in quanto parlamentare.

Senza arrivare all’adagio anglosassone secondo cui “le regole sono come le uova, meglio strapazzate”, andrebbe tenuto conto che il sacrosanto rigore trova il proprio limite nel buon senso. Tema scomparso da un dibattito che preferisce dedicarsi all’esecuzione mediatica dell’indifeso Marino.