Non ha sassolini da levarsi, ma veri e propri macigni Alberto Ronchi, l’ormai ex assessore alla Cultura di Bologna, liquidato senza troppi convenevoli dal sindaco Pd Virginio Merola, per le polemiche intorno allo sgombero del centro sociale lgbt Atlantide. A meno di 72 ore dalla revoca dell’incarico, Ronchi convoca i giornalisti in un bar della zona universitaria, e da lì attacca a testa bassa i dirigenti democratici, lanciando allo stesso tempo una sfida politica che guarda già alle elezioni di primavera: “Sono una disgrazia per questa città, bisogna mandare a casa questa gente”.

Un j’accuse dai toni durissimi. Uno sfogo. Ronchi si presenta puntuale al Jukebox bar, stipato di giornalisti e non solo. Ad ascoltare l’ex assessore ci sono anche attivisti dei collettivi e dei centri sociali bolognesi, alcuni arrivano direttamente dalla sede Atlantide, sgomberata poche ora prima, altri appartengono ai movimenti per la casa. Tanti restano senza sedia. Ci sono anche Vincenzo Branà, presidente dell’Arcigay, e Cathy La Torre di Sel, mentre verso la fine fanno capolino Lucia Borgonzoni, futura candidata sindaco della Lega Nord e Massimo Bugani, del Movimento 5 stelle, che conclusa la conferenza stampa esprime tutto il suo scetticismo: “Un attacco così forte al Pd dopo 4 anni e mezzo? Io ci vedo dell’ipocrisia”.

Davanti ai cronisti Ronchi è un fiume in piena. Difende fino in fondo il suo lavoro e le sue scelte, in particolare quelle su Atlantide: era lui infatti che stava portando avanti il dialogo con il collettivo, per trovare una soluzione alternativa allo sgombero, prima che intervenisse a gamba tesa il sindaco. E non rinnega nulla: “Atlantide non è mai stato un problema di legalità”. Ma soprattutto punta il dito contro il Pd locale e i suoi vertici, “interessati solo al potere”, e colpevoli di togliere “indipendenza al sindaco“, danneggiando la città. “Il gruppo dirigente del Pd è una disgrazia per questa città” dice chiaramente. “In primavera i dirigenti hanno promosso una campagna per minare il consenso del loro sindaco, solo per spartirsi le poltrone. A me hanno fatto la guerra fin dal primo giorno da assessore. Su tutto, a partire dalla costituzione della fondazione Cineteca. Eppure di cultura non sanno niente, sono incompetenti. Si riempiono la bocca della parola ‘merito’ ma poi pensano solo i posti”. Sul terreno dei diritti civili, rincara, “hanno posizioni simili a quelle della Lega”. Quindi, “sono venute meno le condizioni politiche per sostenere questo Pd nella campagna elettorale”.

Questo nonostante “Merola rimanga per me un amico, e una persona che stimo”. Ma “se all’inizio era riuscito a mantenere la sua indipendenza, ora è schiacciato dal partito e dal suo gruppo dirigente”. Insomma ne ha per tutti. E la conferenza stampa è per lui l’occasione per lanciare l’idea di una lista, che sfidi il Pd alle prossime amministrative. Secondo Ronchi, c’è bisogno di “un soggetto politico che amministri Bologna senza concedere privilegi ad amici. Io sono disponibile e lavorerò in questo senso. Se c’è la volontà si possono ottenere buoni risultati questa volta”.

Così Bologna, al termine di una settimana ad alta tensione, si ritrova già a fare i conti con toni, schermaglie e corteggiamenti da campagna elettorale. In primavera, il capoluogo emiliano dovrà decidere il nuovo sindaco. Il Pd punta sul bis di Merola. Ma la vicenda di Atlantide e il pugno duro del sindaco (che ha avuto l’appoggio della Lega, del centrodestra e del Movimento 5 stelle) hanno di sicuro stravolto gli equilibri e spostato l’asse del Pd verso il centro, lasciando contemporaneamente molte questioni aperte sul fronte delle intese. Prima su tutte l’appoggio di Sel, che oggi non appare affatto scontato, considerando che Cathy La Torre era in prima fila in difesa di collettivo lgbt.

Mentre a sinistra del Pd si stanno affacciando anche altri soggetti, pronti a corteggiare quell’elettorato che mal digerisce la politica portata avanti dai democratici. Si va dalla Coalizione civica di Mauro Zani, ex comunista ed ex Ds, a Possibile, la nuova realtà di Pippo Civati. Anche perché il potenziale bacino elettorale potrebbe allargarsi, e andare a comprendere anche una fetta della comunità lgbt bolognese, ora che si è consumato lo strappo con Merola. Perché per molti sentire uscire l’espressione “lobby gay” dalla bocca di un sindaco da sempre considerato “gayfriendly” è stata una doccia fredda. Una delusione che tra qualche mese potrebbe influenzare la scelta in cabina elettorale.