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“Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” “Signorina, veniamo noi con questa mia addirvi, una parola, che..” “ che?” “quanti che?” “Uno che” “scusate se sono pochi, ma settecentomila lire, ci fanno, quest’anno c’è stata una grande moria delle vacche, come voi ben sapete”; “metti un punto, due punti abundandis ad abondandum”……….

Sono frasi sconclusionate, mi sono venute in mente in uno scherzoso parallelo, ripensando alla strampalata parlata di Totò e Peppino nelle loro formidabili gag in cui non si capivano e alla singolare liaison dangerouse tra il Sindaco di Bologna Virginio Merola e il suo assessore alla Cultura Alberto Ronchi, finita con la parabola di quest’ultimo, che non capendo più il senso delle parole del sindaco, si trova defenestrato da Palazzo d’Accursio come avveniva nel Medioevo. Il precedente fu l’assessore Antonio Amorosi, anch’egli casualmente dei verdi, estromesso dall’allora sindaco Sergio Cofferati, dieci anni orsono, a seguito di divergenze sulle sue eccessive pulsioni moralizzatrici. Quell’episodio segnò l’inizio di un forte conflitto del sindaco con la sinistra alternativa.

Ronchi infatti è, ormai era, l’esponente politico più a sinistra della giunta, di riferimento del variegato mondo della sinistra ex e post settantasettina che conserva a Bologna una certa capacità d’influenza e un relativo peso politico-elettorale. Su questa base si è guadagnato non senza fatica un posto di prestigio, assessore alla Cultura. Aveva come predecessori, nomi molto illustri: Renato Zangheri,Giorgio Ghezzi, Armando Sarti, Concetto Pozzati, Eugenio Riccòmini, una vera e propria élite culturale.

Ma il Pd di Renzi non è il Pci di Dozza e Fanti. L’Emilia Romagna è ormai una roccaforte del toscano, soprattutto attraverso il dominio del presidente della Giunta regionale Stefano Bonaccini, un vero e proprio pretoriano di Renzi. La battaglia delle elezioni di Bologna non è un pranzo di gala, e il regolamento di conti nella città che conserva ancora qualche barlume di “vecchia guardia” bersaniana, comporta che dev’essere assolutamente riportata sotto il controllo dei veri padroni del partito.

E’ questo il senso vero di quel che sta succedendo, e fa giustizia della sbandierata “diversità” agitata dai Pd per non far fuggire i molti voti in movimento di un elettorato sempre più insofferente della svolta a destra che ha impresso Renzi alla politica italiana.

Nella virata politica non si può non considerare anche la liquidazione di fatto di Sel, messa praticamente fuori dalla porta, in men che non si dica con un gentile “ se vuoi andare vai” rivolto alla consigliera Cathy La Torre che aveva osato protestare per lo sgombero di Atlantide.

Viene da chiedersi se questa vera e propria torsione di centottanta gradi del sindaco, sarà sufficiente per stabilizzare la sua corsa al rinnovo del mandato; i prezzi da pagare alle alleanze che contano come si vede sono cari e saranno sempre più alti, non meraviglierebbero altri ancor più forti scossoni.

La città vive una torpida vigilia elettorale, la lunga crisi di leadership delle classi dirigenti locali, l’appannamento delle capacità progettuali e di governo, fanno da sottofondo al dipanarsi di una vicenda politica che richiede invece un cambiamento radicale di prospettive e di metodo.