Centro Pecci di Prato dettaglio

Passato glorioso quello del Centro Pecci per l’arte contemporanea di Prato, oggi in profonda crisi di credibilità nonostante gli sforzi di rimanere il fiore all’occhiello di una città che ha perduto il primato industriale tessile ceduto ai cinesi.

Questa la ragione che ha spinto il Comune pratese a ricostruire di sana pianta il nuovo Centro Pecci al quale Elena Pecci, scomparsa pochi giorni fa, aveva donato il progetto che l’architetto olandese Maurice Nio, poi trasformato in un fiammante disco volante di cui la Regione Toscana detiene il 98% della proprietà mentre il 2% rimane nel portafoglio della famiglia Pecci. La quale, ancora attaccata all’avito giocattolo, non rimpiange i pregressi esborsi finanziari pur stemperati nel consueto italico intrigo di molte consociate di rispetto: incasso dei profitti e socializzazione delle perdite.

Con il nuovo Centro è arrivato Fabio Cavallucci – già direttore del Centro d’arte contemporanea Castello Ujazdowsky di Varsavia, nonché del Museo Civico di Trento – anche se non si è ben capito chi abbia suggerito il suo nome, mentre serpeggia la voce che sia stato caldeggiato da Paolo Baratta.

Sia come sia stato, il neo direttore all’inizio della stagione museale 2014/2015, propose una sequela di incontri, di/battiti e presentazioni di qualche artista e di molti, forse troppi addetti ai lavori – leggi gatekeepers, c’est a dire guardiani d’accesso alle porte del monde e del demi monde dell’attuale arte con/temporanea, domani chissà.

Cosa c’entri o non c’entri quanto sopra con un museo d’arte, è il refrain di molti detrattori i quali, invece di tante, troppe chiacchere, avrebbero preferito assistere alla ripresa dell’attività museale, mentre la Regione Toscana si è limitata a finanziare con il contributo di diversi sponsor, e il solito gratuito aiuto di troppi giovani volontari, un mega forum inaugurato il 25 settembre scorso, alla presenza di Matteo Biffoni sindaco nonché presidente del Centro Pecci di Prato, e conclusosi ieri al limite dello scazzo tra i coordinatori comunque ospitati e pagati e qualche artista anch’esso saldato e molti nemmeno invitati.

Cavallucci aveva dato la stura ai lavori del forum sottolineando “questa specie di Caporetto dell’arte contemporanea italiana quasi assente da tutte le grandi mostre internazionali”, per via di molteplici cause e concause appena menzionabili: arte italiana non più venduta all’estero dagli anni ’80; disertificazione dei musei, incrostazioni corporative, burocrazia infernale, eccetera eccetera.

Lavori, svolti in contemporanea in tre sedi – al teatro Metastasio, alla Monash University e a Palazzo Banci Buonamici – intasate di addetti ai lavori ed esperti vari al di qua e al di là dei tavoli, nel deserto pressoché totale di popolo (in contrapposizione al concetto di pubblico), piccola folla medio-alto borghese con puzzette nasali annesse & connesse. Nel vuoto quasi pneumatico di artisti soprattutto tra i 42 tavoli d’ispirazione leopoldina, presieduti da un manipolo di coordinatori controllori composto da più di 400 esperti poco predisposti a cedere i microfoni, in un mood da commissioni studentili d’antan, i cui risultati politici confluivano nella quotidiana relazione serale al Metastasio, dominata da un asfissiante mix linguistico pseudo sociologico di sapore politichese a base di dialoghi costruttivi, intelligenza collettiva, fare rete, piattaforme strategiche di coinvolgimento, cultura della cooperazione, legittimazione contestuale, modalità condivise, sensibilità politica, monitoraggi incrociati, e soprattutto formazione e riformazione permanenti dell’artista, del critico, dell’operatore culturale, del collezionista, e addirittura del mecenate. Ovviamente nel più ampio contesto di formulazioni e riformulazioni rispetto alle consistenti problematiche emergenti. Per non dire poi delle criticità e rigidità subite dal pubblico a diverso titolo appartenente in senso ampio, o stretto o così-così, al noiosissimo mondo dell’arte con/temporanea che molti considerano già morto e sepolto, come riconosciuto da Gian Maria Tosatti quando, nei panni di partecipante a un tavolo mal moderato, ha ammesso: “Non c’è più niente da fare per l’arte contemporanea italiana. Auto-celebriamo la nostra inadeguatezza nei forum e ci va tutto bene”.

Così come ha cercato di denunciare l’artista Franco Losvizzero, brutalmente interrotto mentre stava leggendo una dichiarazione di cui riporto due brani.

“L’arte contemporanea non è cosa vostra ma cosa degli artisti.
Il sistema dell’arte italiano oltre che imputridito è afflitto da malattia… e la malattia siete voi”.

con la collaborazione di Sabrina de Gaetano.


Riceviamo e pubblichiamo la rettifica del Centro Pecci

Per la prima volta nella storia dell’arte contemporanea in Italia il Centro Pecci di Prato è riuscito in un’impresa titanica: riunire a Prato tutti gli operatori dell’arte — artisti, critici, storici, curatori, Direttori di musei e di fondazioni, galleristi, collezionisti, direttori di testate specialistiche, docenti delle accademie pubbliche — per far luce sulla disperata situazione del nostro sistema dell’arte, arrivando a formulare proposte concrete e condivise per migliorarlo e renderlo competitivo a livello internazionale.  Hanno risposto al primo Forum dell’arte contemporanea italiana anche tutte le principali istituzioni che operano nel settore: Federica Galloni, Direttore Generale Arte e Architettura Contemporanea e Periferie Urbane del MIBACT, Gianfranco Maraniello, Presidente dell’AMACI (Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani), Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Presidente Comitato Fondazioni Arte Contemporanea Italiana e Annamaria Gambuzzi, Presidente dell’ANGAMC (Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea). 

I numeri parlano da soli: 42 tavoli di discussioni, 400 relatori, oltre 600 partecipanti del pubblico, centinaia di giornalisti ed esperti d’arte accreditati, con personalità che andavano da figure che hanno fatto la storia dell’arte italiana degli ultimi decenni, come Achille Bonito Oliva, a giovani artisti e curatori della nuova generazione. Il forum è stato inoltre supportato e seguito dalle 15 maggiori riviste di arte cartacee e online in qualità di media partner. 

Abbiamo riscontrato una totale mancanza di attenzione da parte dei principali quotidiani nazionali e troviamo sorprendente che un giornale come “Il Fatto Quotidiano”, attento ai mal funzionamenti del “sistema Italia”, abbia pubblicato un report sul blog di Aldo Ricci sul fattoquotidiano.it totalmente pieno di inesattezze, dati falsi e che discrediti di fatto un’iniziativa encomiabile. Il forum ha fatto anche da traino al turismo della Città di Prato che ha visto nei tre giorni oltre mille persone, provenienti da tutt’Italia e dall’estero, riempire il centro della città, con un incremento evidente per l’indotto di tutte le categorie, dai taxi ai ristoratori agli albergatori. 

In merito alla totale infondatezza delle informazioni pubblicate da Aldo Ricci sul ilfattoquotidiano.it: 

La proprietà del Centro Pecci non è per il 98 % della Regione e per il 2 % della Famiglia Pecci, ma interamente del Comune di Prato che la dà in concessione all’Associazione che attualmente gestisce il museo, fino a che non sarà ufficializzata la nuova Fondazione, costituita il 30 luglio 2015. La Regione Toscana cofinanzia insieme al Comune di Prato la realizzazione del nuovo edificio e la ristrutturazione del vecchio, mentre Elena Pecci ha donato il progetto preparatorio dell’architetto Maurice Nio.

Fabio Cavallucci è, dal maggio 2014, direttore del Centro Pecci perché ha partecipato a un concorso aperto. Forse l’autore si sbaglia con i recenti concorsi dei venti direttori dei musei storici nazionali che sono stati indicati da una commissione presieduta da Paolo Baratta, Presidente della Biennale.

Nessun coordinatore e nessun relatore ai tavoli del Forum ha ricevuto alcun compenso, ma tutti si sono persino pagati il viaggio dall’Italia o dall’estero.

Cordiali saluti

Fabio Cavallucci


Ilfattoquotidiano.it prende volentieri atto delle inesattezze fattuali contenute nel post del blogger da noi ospitato, ma ovviamente difende il suo diritto di esprimere il proprio giudizio, in questo caso negativo, sul valore dell’iniziativa. Avere opinioni diverse in campo culturale contribuisce sempre al dibattito, specie in casi come questi, in cui i media hanno ignorato l’evento.
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