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Ogni giorno migliaia di persone, originarie soprattutto dell’Africa e dell’Asia, sfidano la strada, il mare e la morte per raggiungere l’Europa, in fuga dalla guerra, dalla persecuzione e dalla miseria. Che si tratti di migranti economici o di rifugiati, se questa distinzione tra esseri umani in stato di bisogno ha un senso, essi hanno in comune una cosa: per compiere il viaggio con il loro cattivo passaporto si sono dovuti consegnare a reti criminali transnazionali, così alimentando non solo la tratta degli immigrati, ma anche esponendosi ai gravi pericoli del traffico di esseri umani.

Da venticinque anni ormai, un magistrato lotta contro questa realtà: Maria Grazia Giammarinaro. Dal 1996 al 2001 è coordinatrice del Comitato interministeriale contro il traffico di donne e bambini e sovrintende allo sviluppo della legislazione italiana sulla protezione delle vittime. Contribuisce allo sviluppo della Convenzione Onu di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale, di quella del Consiglio d’Europa contro il traffico di esseri umani e della Direttiva europea sulla prevenzione e lotta al traffico di esseri umani e la protezione delle vittime. Rappresentante Speciale per la lotta contro il traffico di esseri umani dell’OSCE (2010-14), Giammarinaro riceve nel 2012 lo Hero Award del Dipartimento di Stato americano. Nel 2014, le Nazioni Unite la nominano Relatrice Speciale sul traffico di persone, in particolare donne e minori, con il compito di promuovere i diritti delle persone trafficate, sfruttate, o a rischio di trafficking e “ritrafficking”La “Special Rapporteur” visita i Paesi membri per valutare l’azione contro il trafficking, sia per sfruttamento sessuale sia per sfruttamento lavorativo, o nelle attività criminali, nell’accattonaggio, nella servitù domestica o per l’espianto di organi: “Presento anche rapporti tematici su aspetti poco conosciuti – spiega il magistrato – o che richiedono cambiamenti politici e legislativi. Ricevo inoltre rapporti dalle associazioni e dai sindacati, anche su casi specifici, sui quali posso decidere di indirizzare comunicazioni ai governi, per prevenire o rimediare a gravi violazioni dei diritti umani”.

In questi ultimi mesi, l’Italia ha assistito all’arrivo in massa di rifugiati e migranti

“Il traffico di esseri umani in Italia e in Europa è strettamente connesso con l’immigrazione – aggiunge – e i trafficanti sfruttano la situazione di vulnerabilità e irregolarità di donne, bambini, giovani uomini provenienti da aree di conflitto o di estrema povertà, per sfruttarli innanzi tutto nel lavoro. Nelle nostre campagne vengono tenuti a lavorare per molte ore al giorno per pochi euro, e pagano per un alloggio senza luce, per cibo e acqua e per gli spostamenti: i caporali si appropriano di quasi tutto quello che guadagnano. Situazioni di super-sfruttamento sono state registrate anche nell’edilizia, nei ristoranti, nel lavoro domestico, nelle fabbrichette tessili. I bambini vengono sfruttati in ogni modo: lavoro, accattonaggio, prostituzione, attività illegali. Donne e bambine sono soggette soprattutto allo sfruttamento sessuale: una delle forme più devastanti di trafficking, con conseguenze paragonabili a quelle della tortura. Il nesso tra trafficking e immigrazione deve essere compreso dalle autorità italiane ed europee: se mancano politiche di accoglienza e integrazione umane ed efficaci, i/le migranti continueranno ad essere preda dei trafficanti, e se non moriranno in mare, cadranno nelle reti di sfruttamento”.

La risposta dell’Europa è inadeguata?

 “La fotografia del piccolo Aylan – continua Giammarinaro – a tre anni cadavere sulla spiaggia, ha fatto comprendere a molti che non si possono porre barriere a chi scappa dalla guerra, dall’Isis, dalla carestia, dalle persecuzioni. Ma alcuni Stati membri continuano a rifiutare il sistema delle quote per l’accoglienza dei rifugiati. Oggi assistiamo alla chiusura dei confini e all’introduzione di controlli di frontiera in deroga al sistema di Schengen. È un disastro umano, culturale e politico che minaccia l’essenza stessa dell’Unione Europea e dei suoi valori. Spero che i governi se ne rendano conto in tempo. La verità è che la cosiddetta crisi migratoria non è una crisi, ma una componente stabile del panorama globale, poiché i conflitti nel mondo non cessano di causare morte e desolazione. Ci vuole una visione europea di lungo periodo, sui cui fondare nuove regole comuni per l’asilo e per le migrazioni economiche. Più le politiche migratorie sono restrittive, più aumenta la probabilità dello sfruttamento. Non si può accettare che la gente muoia in mare, né che a casa nostra viga un sistema para-schiavistico permanente, provocato anche da leggi restrittive: ad esempio, se la perdita del lavoro determina anche quella del permesso di soggiorno, il/la migrante dovrà accettare qualsiasi condizione di lavoro e non potrà ribellarsi al caporale o al datore di lavoro.  L’Europa dovrebbe ripensare la direttiva 2001/51 (Schengen) che dà alle compagnie aeree il compito di controllare i visti alla partenza: ciò significa impedire ai migranti di usare mezzi di trasporto sicuri. I visti dovrebbero essere controllati all’arrivo dalle autorità competenti, valutando adeguatamente la situazione di ogni migrante e applicando le norme di protezione relative ai richiedenti asilo o alle persone trafficate. Ma la direttiva in questione rende inapplicabile quella sul trafficking, che invece tutela i diritti delle vittime”.

E l’Italia? 

Il nostro paese continua ad avere dei buoni risultati nell’azione anti-trafficking, avendo assistito e reinserito nel lavoro molte migliaia di vittime. Tuttavia, già da diversi anni c’è stata una caduta di attenzione politica, che ha provocato fra l’altro gravi ritardi nell’attribuzione alle associazioni dei finanziamenti per l’assistenza. Il trafficking deve tornare a essere una priorità politica, specie ora che i suoi nessi con il conflitto siriano e con la situazione del Corno d’Africa sono più evidenti che mai. Molti migranti all’arrivo in Italia hanno già compiuto un lungo viaggio durante il quale sono stati sistematicamente sottoposti a violenza e sfruttamento. Bisogna istituire delle procedure di ascolto, accertare i casi di trafficking all’arrivo, e applicare le norme di protezione sociale. Queste norme esistono. L’art. 18 del T.U. sull’immigrazione consente di rilasciare un permesso di soggiorno e dare assistenza alle persone che sono state soggette a violenza o grave sfruttamento, senza che esse siano obbligate a denunciare gli sfruttatori. Molte vittime non vogliono denunciare perché terrorizzate dalle minacce dei trafficanti. Ma in pratica l’art. 18 viene quasi sempre subordinato alla denuncia, e resta spesso inapplicato per lo sfruttamento lavorativo”.

Un problema in più è il disinteresse dei media  

“In linea generale non solo in Italia, il trafficking non riceve l’attenzione necessaria. Il trafficking per sfruttamento lavorativo si dissimula grazie a un fenomeno di tolleranza generalizzata verso lo sfruttamento dei migranti, considerato quasi “normale”. Ma lo sfruttamento del lavoro in condizioni para-schiavistiche deve essere trattato e punito per quello che è, cioè un grave reato. E in ogni caso, le persone sfruttate hanno il diritto di ricevere i salari non pagati e il risarcimento del danno, e di dirigersi verso una vita più sicura. È importante dare loro il potere di parlare in nome proprio e di rivendicare i loro diritti, e non trattarle come numeri”.