Quarant’anni senza averli mai dimostrati. Il 24 settembre 1975 usciva nelle sale statunitensi I Tre giorni del Condor. Uno di quei classici senza tempo mai sufficientemente celebrati. Né esageratamente estremo per diventare un conflittuale “cult”, né furbescamente commerciale per farsi dinoccolato “midcult”, il film diretto dall’allora 41enne Sydney Pollack può essere annoverato, senza appartenere necessariamente ai nostalgici della New Hollywood, tra i “classici” del cinema mondiale.

Perché passato tutto questo tempo, sembra essere di quei film che tutti hanno visto parlandone oltretutto sempre bene. Fateci caso. Esiste qualcuno che non ha mai visto I Tre Giorni del Condor? Davvero, chiedete in giro. Chi è che non ricorda la carneficina iniziale compiuta da un commando di killer assoldati da una sorta di doppia e “cattiva” CIA? Una sequenza che fa sobbalzare sulla sedia. Vista vent’anni fa, come l’altro ieri. Nessuna pietà per nessuno. Qualcuno l’ha perfino raffrontata nella sua spietata dinamica alla strage di Parigi nella redazione di Charlie Hebdo. Macchie, schizzi, rivoli di sangue dappertutto tra le mura di una dimessa agenzia marginale della Cia mascherata da società storico-letteraria dove si analizzano romanzi gialli, polizieschi e thriller per poi trasferire gli espedienti narrativi più interessanti nei computer del Servizio Segreto.

Joe Turner, nome in codice Condor, magnifica giacchetta grigia con toppe, camicia con colletto a punta, cravattone e maglione a collo largo anni settanta, è un 39enne Robert Redford che ammalia come non era riuscito nemmeno nei romantici A piedi nudi nel parco e Come eravamo. L’uomo esce da una porta secondaria per andare a comprare la colazione ai colleghi, viene calcolato come presente in ufficio dai killer, e temporaneamente si salva. Farlo fuori per questa sezione deviata diventa però complicatissimo. E’ l’uomo comune dei thriller hitchcockiani che viene messo alla prova dell’intrigo e del pericolo di morte, che brancola nel buio alla ricerca di un senso della cospirazione contro di lui e che si salva soltanto innestando, e qui c’è forse la vera lezione di quella Hollywood engagé che si impossessò per qualche anno degli studios, di una coscienza politica. Tanto che la stampa del periodo catalogò subito I Tre Giorni del Condor tra i titoli di critica al sistema appena sconvolto dagli scandali dei Pentagon Papers, e soprattutto del Watergate. “Il film era già stato girato per tre quarti quando uscì lo scandalo Watergate”, spiegò personalmente Pollack all’estensore di queste righe quando venne in Italia, a Bologna, nel 2003. “Volevamo prima di tutto essere fedeli al genere thriller, e poi al suo interno lavorare sui temi del sospetto, della fiducia, della moralità. Non voleva essere un documentario o tantomeno volevamo usare la Cia come metafora”.

“Three Days of the Condor ha la qualità fondamentale di ogni vera, grande opera creativa: lo si può leggere come si vuole, e in ogni caso avrà sempre forti elementi di attrattiva e fascino”, ha scritto Franco La Polla, il compianto studioso di cinema americano, nonché amico fraterno di Pollack. C’è la struttura, lo scheletro, il ritmo d’azione che non lascia mai un attimo di respiro, che rilancia continuamente sull’orlo comprensibile della credibilità, ma che si fa soprattutto forza di una sensibilità poetica poi annacquata da centinaia di regie “muscolari” o eminentemente effettistiche che arriveranno dopo sullo stesso tema e genere. Pensate a quando Redford che dopo aver letteralmente e casualmente rapito la bella passante Faye Dunaway per nascondersi in casa sua, finisce per avvinghiarsi a lei in un accoppiamento sexy tutto dettagli dei corpi e ripetuti stacchi sulle cupe foto in bianco e nero fatti dalla donna e appesi alle pareti.

“Sono alle volte un po’ imbarazzato per quella sequenza. E’ il solo momento del film in cui mi permetto di essere romantico e mi prendo qualche libertà artistica”, spiegò nel ’76 Pollack a Positif. Quarantuno milioni di dollari d’incasso nel mondo, una continua riproposizione televisiva, produzione americana niente meno che di Dino De Laurentiis, I Tre giorni del Condor venne scritto da Lorenzo Semple Jr. e David Rayfiel. Agli Oscar nemmeno fece capolino tra le nomination. Fu l’anno di Qualcuno volò sul nido del cuculo, quando Jack Nicholson e Milos Forman la fecero da padrone. A rivederli oggi entrambi i film non c’è gara. Nella partita cinematografica tra uccelli vince il Condor.