“La libertà di movimento sia la libertà di trasferirsi verso un lavoro certo”. Tradotto: “No ai turisti del welfare”. Ciò che il ministro dell’Interno britannico, Theresa May, non dice nel suo editoriale pubblicato sul Sunday Times, però, è che gli immigrati arrivati nel Regno Unito tra il 2001 e il 2011 e a cui vorrebbe negare l’ingresso hanno fatto registrare un saldo positivo tra contributi versati e benefit ricevuti di 25 miliardi di sterline, circa 34 miliardi di euro. Dati, quelli forniti da una ricerca svolta dal Centre for Research and Analysis of Migration (Cream) della University College di Londra (Ucl), che dimostrano come l’immigrazione in Uk “sia una risorsa che serve a ripagare anche il saldo negativo che, invece, si registra se si comparano gli stessi dati relativi alla popolazione britannica”, spiega a ilfattoquotidiano.it il professor Tommaso Frattini, tra i ricercatori che hanno redatto il report.

L’idea messa in campo da May e dal governo guidato da David Cameron, oltre che indebolire l’economia britannica che si basa per buona parte sul lavoro degli immigrati, sarebbe anche inapplicabile. “Tralasciando il fatto che, in quanto Paese membro dell’Unione Europea, la Gran Bretagna deve attenersi come gli altri al principio di libera circolazione – dice a ilfattoquotidiano.it il Console Generale d’Italia a Londra, Massimiliano Mazzanti -, questa mossa non terrebbe conto degli oltre due milioni di britannici che vivono negli altri Paesi membri. Come giustifichi la loro permanenza fuori quando tu blocchi gli ingressi? È impensabile”.

La ricerca della Ucl: “L’immigrazione nel Regno Unito è una risorsa che serve a ripagare il saldo negativo dei costi dei nativi britannici”

Ciò che preoccupa il governo britannico è l’aumento del numero di immigrati registrato negli ultimi anni. Sono 330mila i nuovi arrivi in Uk da marzo 2014 allo stesso periodo del 2015, 94mila in più rispetto al periodo precedente (+28%). Tra questi ci sono i 57.600 italiani che si sono registrati ai servizi di previdenza sociale, contro i 42mila del periodo precedente. Arrivi che, sostiene la May, potrebbero portare oltre Manica “turisti del welfare” in cerca di sussidi e assegni di disoccupazione.

“I dati dicono cose diverse – precisa il Console – e certamente questa descrizione non vale per gli immigrati italiani. Siamo al 19esimo o 20esimo posto tra i Paesi che fanno richiesta per sussidi in Gran Bretagna. Con circa duemila iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) ogni mese, contiamo un totale di 260mila iscritti, anche se le stime parlano di oltre 500mila italiani in Regno Unito. La maggior parte dei nuovi arrivi ha un’età compresa tra i 18 e i 35 anni e il 57% di loro ha almeno una laurea”. Dati in controtendenza rispetto all’allarme lanciato dal ministro britannico e che mostrano un immigrato italiano che, nella maggior parte de casi, offre delle competenze professionali al mercato del lavoro britannico. “La maggior parte dei nuovi arrivi – continua Mazzanti – viene per lavoro o per perfezionare la lingua. Si tratta di giovani laureati che, spesso, si adattano a fare lavori più umili per migliorare il proprio inglese”.

Il console italiano Massimiliano Mazzanti: “La maggior parte degli italiani che arrivano sono giovani laureati che si adattano a fare lavori più umili per migliorare il proprio inglese”

Questo aumento mette a rischio il sistema previdenziale britannico? “No, è il contrario. Nei 10 anni compresi tra il 2001 e il 2011 – spiega Frattini – il saldo netto positivo tra contributi versati e benefit di cui gli immigrati hanno usufruito parla di 25 miliardi di sterline entrate nelle casse dello Stato. Circa 15 di questi vengono dagli immigrati provenienti dai vecchi Stati membri dell’Unione Europea, 5 dai nuovi Stati membri (Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia) quelli che più di altri sono accusati di sfruttare i benefit britannici, e 5 dagli immigrati extracomunitari”.

Se a questi numeri si comparano quelli riguardanti i cittadini britannici, le parole di May appaiono ancora più lontane dalla realtà. Secondo lo studio della Ucl, analizzando gli stessi dati nello stesso periodo di tempo, si vede come il saldo netto tra contributi versati e benefit di cui i cittadini britannici hanno usufruito sia negativo: meno 617 miliardi di sterline. “Il dato relativo agli immigrati – continua Frattini – prende in considerazione solo coloro arrivati nel Regno Unito dal 2001 e non gli immigrati sbarcati in Uk negli anni precedenti. Se lo stesso calcolo viene fatto partendo dal 1995, vediamo invece che il saldo è negativo anche per gli immigrati, con un -117 miliardi. Questo ci fa capire quanto sia controproducente per il Regno Unito chiudere le frontiere: si impedirebbe l’entrata nel Paese a giovani che con il loro lavoro producono ricchezza e, così, pagano i servizi e le pensioni di immigrati e britannici ormai fuori dal mondo del lavoro e che, quindi, non producono più. Così il deficit statale crescerebbe più velocemente”.

“Per la Gran Bretagna è controproducente chiudere le frontiere. Il deficit statale crescerebbe più velocemente. E i dati lo dimostrano”

Dalla ricerca emerge chiaramente una netta differenza tra il saldo negativo dei nativi britannici e quello degli immigrati. “Questi ultimi – continua il ricercatore – costano meno allo Stato anche se godono delle stesse possibilità di accesso a benefit e sussidi dei cittadini britannici. Questo perché, generalmente, sono più produttivi, si ammalano meno e lavorano per un numero maggiore di giorni l’anno. Così hanno un peso minore sulle casse dello Stato”.

“I calcoli riportati nella ricerca – precisa Frattini – includono anche tasse, sussidi e borse di studio scolastiche e universitarie”. Una precisazione che va così a supportare la tesi dell’ex sottosegretario conservatore David Willetts che, commentando i numeri forniti dal ministro secondo cui ogni anno arrivano in Gran Bretagna 96mila studenti in più rispetto a quelli che se ne vanno, ha dichiarato che “non sono numeri su cui basare una linea politica”. Come spiegano dal Consolato “è difficile fornire dati precisi sugli studenti che entrano ed escono dal Regno Unito. Si può sapere il numero di iscritti ogni anno, ma è difficile calcolare chi, dopo aver conseguito la laurea o il diploma, decide di rimanere o lasciare il Paese”.

“Per quanto riguarda gli studenti è difficile calcolare chi, dopo aver conseguito la laurea o il diploma, decide di rimanere o lasciare il Paese”

“Le parole del ministro May – conclude il Console Mazzanti – devono essere collocate in un contesto politico come è quello britannico attuale, con il tema immigrazione che è ai primi posti dell’agenda”. E in cui la perdita di consensi a destra da parte del partito di David Cameron alle ultime elezioni, in favore dell’Ukip di Nigel Farage, ha portato il leader conservatore ad assumere posizioni più euro-scettiche e anti-immigrazione per cercare di recuperare i voti perduti.

Twitter: @GianniRosini