Mezzofondista olimpica di giorno, escort d’alto bordo di notte. Suzy Favor Hamilton, la 47enne atleta di classe mondiale, con tre partecipazioni alle Olimpiadi (Barcellona 1992, Atlanta 1996 e Sidney 2000) ha appena pubblicato le sue memorie – Fast Girl – per Harper&Collins rivelando nei dettagli come in nemmeno una decina d’anni sia diventata ‘Kelly’, una delle squillo di lusso più richieste nella costa Ovest degli Stati Uniti da 600 dollari all’ora. Suzy, la campionessa bionda e flessuosa, l’atleta che ha prestato il volto alla Nike e alla Disney, la mamma e moglie perfetta, è stata per un decennio letteralmente “malata di sesso”. La doppia vita di Suzy, il segreto inconfessabile della beniamina sportiva americana, inizia nel 2000, durante l’estate, proprio finita la partecipazione alle Olimpiadi di Sydney.

Assieme al marito Mark, con cui ha avuto una figlia ed è sposata da più di 20 anni, intraprendono un viaggio a Las Vegas con l’intento deliberato di qualche avventura piccante, nella fattispecie un “threesome”. “Volevamo festeggiare il ventennale del nostro rapporto facendo qualcosa di divertente e di pazzo”, racconta la Hamilton nel libro. “Abbiamo deciso, probabilmente l’ho chiesto più io di Mark, che avremmo realizzato questa fantasia di cui la gente parla con piacere. Abbiamo organizzato un rapporto a tre ed è stato un momento che mi ha cambiato la vita. Mi sentivo così sollevata ed euforica che volevo farlo di nuovo”. Solo che Suzy stava assumendo farmaci antidepressivi da un po’ di tempo e – spiega nel libro – queste sostanze le avrebbero ridotto le inibizioni facendole provare un desiderio di sesso irrefrenabile. Da quel momento si unisce ad un’agenzia di escort di Las Vegas e comincia una doppia vita: “Non volevo più smettere. Volevo più sesso. Ero malata e ho scelto il sesso come combustibile per farmi felice”.

Suzy Favor Hamilton diventa Kelly Lundy. Squillo di altissimo bordo per maschi e femmine, con una lista d’attesa lunghissima e clienti che sono disposti a spendere anche migliaia di dollari a notte per averla con sé oltre l’ora stabilita. “Era incredibile. Mi regalavano diamanti, pellicce, borse Louis Vuitton. Tutto questo però alimentava la mia mania. Era solo un altro modo, un’altra parte del comportamento a rischio che una persona bipolare, come sono io, può amare. Avere rapporti sessuali di continuo mi faceva sentire sempre meglio, solo che non avevo idea all’epoca di avere un disturbo bipolare”. Il continuo viavai dal Wisconsin, dove gli Hamilton possiedono un’agenzia immobiliare, non sfugge chiaramente all’occhio del marito Mark che però, come racconta Suzy nel libro, non la prende malissimo: si arrabbia sì, ma non sapendo quali conseguenze l’esposizione pubblica della doppia vita della moglie possano avere, lascia che tutto vada avanti per il bene, anzi “la felicità della moglie”. “Non è stata mai mia intenzione far male a nessuno. E’ stata la malattia a travolgermi e a rendermi terribilmente egoista. Cerchi di compiacere solo te stesso, in modo maniacale, e non vedi più i bisogni di chi ti sta attorno”.

Nel dicembre 2012 il sito TheSmokingGun.com scopre il lato segreto dell’atleta che proprio nella finale dei 1500 metri donne a Sydney 2000 si gettò deliberatamente a terra, fingendo di cadere, perché aveva compreso di non poter più ottenere una medaglia: “Mi hanno detto di tutto. Che sono una puttana e mille altri insulti inimmaginabili. Mi hanno detto che mi dovevo suicidare come fece mio fratello (affetto da un disturbo bipolare anch’esso, ndr). Ora mi vergogno immensamente e la vergogna mi assale ad ogni momento della giornata. Penso però che in una società normale le persone debbano provare a capire quello che succede prima di crocifiggerti”. Oggi Suzy è sotto farmaci per porre rimedio alla sua sindrome bipolare e continua comunque a mantenere relazioni con amici del mondo delle escort e ritiene che la prostituzione tra due adulti consenzienti non deve essere illegale. “Posso dire onestamente che non farò di nuovo la escort? Spero di avere la forza e la volontà di dire no e dire a me stessa ‘Non è una buona cosa per me’”.