“Cari governatori, bloccate il decreto che mette il turbo agli inceneritori” firmato, gli ambientalisti. E’ sui presidenti delle Regioni che si concentra il pressing delle associazioni e dei comitati che si oppongono apertamente allo schema di decreto Sblocca Italia che prevede l’utilizzo degli impianti esistenti alla massima potenza e la costruzione di altri 12, peraltro in contrasto con le direttive europee. E siccome il 9 settembre a Cremona il tema sarà al centro della conferenza Stato-Regioni, i comitati ambientalisti anti-inceneritori hanno organizzato un convegno-parallelo dal quale ora arriva il primo appello esplicito perché siano i parlamentari a sabotare il provvedimento. La programmazione in tema di gestione dei rifiuti è infatti regionale, così come l’autorizzazione a costruire nuovi inceneritori. Sempre in capo alle Regioni è poi la decisione sulle tecnologie da sviluppare per il futuro delle proprie comunità. E allora, ecco la chiamata in causa degli ecologisti.

Il documento è stato approvato – oltre che dai comitati locali della pianura Padana, “uno dei cinque siti più inquinati del pianeta” – da Legambiente, Wwf, Greenpeace, Italia Nostra e dai Medici per l’ambiente dell’Isde. Una vera e propria richiesta di boicottaggio indirizzata ai governatori per opporsi, si legge nella missiva, a quella “gigantesca sanatoria” per tutti gli inceneritori esistenti, promossi “artificiosamente” ad impianti di recupero energetico, che è ciò che il ministro Galletti propone con l’articolo 35 dello Sblocca Italia, il quale prevede la rete integrata nazionale degli inceneritori. E va respinto, sempre secondo il fronte anti-inceneritori, uno schema che “ricaccia l’Italia indietro, prigioniera di una tecnologia, quella dell’incenerimento, che va superata anche in coerenza con i nuovi paradigmi che l’Europa indica e suggerisce”.

Ma i comitati, considerando i rifiuti come risorsa non da “bruciare” ma da riutilizzare, recuperare, riciclare, secondo i principi dell’economia circolare, vanno oltre: la richiesta è anche quella di proporre piani che sostituiscano la tecnologia dell’incenerimento con le più moderne e sostenibili tecnologie a freddo, indirizzate prioritariamente al recupero di materia anche dai rifiuti residui.

Il pressing sui presidenti di Regione a cascata si riverbera sui Comuni, azionisti delle multiutilities che gestiscono gli impianti. Tanti i sindaci che già hanno protestato per la previsione contenuta nell’articolo 35 di includere nella Rete tutti gli impianti già esistenti sul territorio nazionale (42, più sei già autorizzati). Sebbene, infatti, tale articolo di legge possa imporre l’arrivo dei rifiuti da incenerire anche di provenienza extraregionale, “la titolarità della proprietà degli inceneritori non viene trasferita ad alcuna autorità centrale e, dunque, rimane nella disponibilità delle società partecipate e degli enti territoriali” che rispondono democraticamente ai cittadini che li hanno eletti.

Va detto che il parere che il 9 settembre le Regioni sono chiamate a dare non è vincolante e la consultazione potrebbe risolversi nel semplice gioco delle parti (contrapposizione tra leader regionali governativi e non governativi) e “trasformi le Regioni e i territori in meri esecutori di volontà superiori”. E ancora, sui 12 inceneritori autorizzati in 10 regioni: proporli significa “eternizzare la modalità dell’incenerimento e prolungare indefinitamente la cosiddetta ‘emergenza rifiuti’ poichè se ne disincentiva la riduzione alla fonte e si scoraggia la raccolta differenziata”.

L’infrastrutturazione nella direzione dell’incenerimento richiederebbe come conseguenza piani finanziari con ritorni degli investimenti a 20 o 30 anni, e l’unico modo per garantire i flussi di materiale (unica garanzia finanziaria per tali grandi investimenti) è quello di non dispiegare appieno il potenziale della raccolta differenziata, e con essa i suoi effetti virtuosi economici, produttivi, occupazionali.

Twitter: @bacchettasimone